Utili in calo del 77% per Bank of America che ha chiuso il primo trimestre con un risultato netto di 1,21 miliardi di dollari, o 23 centesimi per azione, a causa delle predite registrate nel settore trading e per l'incremento a 3,3 miliardi di euro delle riserve sulla scia della crisi del mercato del credito. Il fatturato si è attestato a 17 miliardi di dollari. Gli analisti si attendevano un utile di 41 centesimi per azione e ricavi per 16,5 miliardi di dollari. Gli analisti di Thomson Financial avevano previsto utili pari a 41 centesimi per azione su un giro d'affari di 16,46 miliardi di dollari. Sui risultati hanno influito svalutazioni sugli asset finanziari dell'istituto per almeno 1,91 miliardi di dollari. Gli accantonamenti di Bank of America relativi a future perdite su crediti sono cresciuti a 6,01 miliardi di dollari, contro gli 1,24 miliardi dei primi tre mesi del 2007 e i 3,31 miliardi del quarto trimestre. «Rimaniamo preoccupati per lo stato di salute dei consumatori, data la prolungata crisi immobiliare, le problematiche relative ai mutui subprime, lo stato dell'occupazione e l'incremento dei prezzi degli alimenti e della benzina», ha detto il presidente e amministratore delegato Kenneth Lewis, per cui Bank of America è comunque «in una posizione forte per sopportare gli sbalzi ed emergere ancora più forte quando le condizioni miglioreranno».
lunedì 21 aprile 2008
PETROLIO:VOLA A 117,76 DLR
mercoledì 16 aprile 2008
Allora avrò scritto "Sulla strada", "il Natale dell'imbecille" e magari anche tutto il "Dottor Sax" e anche dei racconti. Avrò ricevuto una borsa di studio Guggenheim e viaggiato per tutta l'Europa; avrò comprato una casa, magari una macchina; forse mi sarò sposato; di certo avrò amato diverse belle donne, chi più chi meno; avrò fatto molte amicizie e avrò incontrato i grandi del mondo; avrò deciso riguardo a futuri grandi libri e poesie; mi sarò avvicinato alla morte ancor più a Dio; avrò superato la malattia e il duro lavoro, sarò ingrassato e avrò perso i capelli e avrò qualche ruga in più.
E sarò stato preda dei misteri.
E sarò stato solo.
E sarò stato malato.
E sarò stato tronfio.
E sarò Stato mite.
E sarò stato sciocco.
E sarò stato crudele, senza fede e ottuso; e sarò stato pieno di entusiasmo; e mi sarò sentito rotto, freddo, secco, stonato, picchiato; e sarò stato divertente, sarò stato stupido; e mi sarò meravigliato e mi sarò arrabbiato, avrò gridato, mi sarò accigliato, avrò sprizzato, strillato, urlato, confessato, cagato; e sarò stato un osso e sarò stato un cespuglio, avrò dormito e mi sarò svegliato; avrò pianto, imprecato, scalciato, meditato, strisciato, implorato, cercato, mi sarò dimenato, avrò sorriso, parlato a vanvera, guardato nel vuoto, esitato, fatto il cretino; insomma, tutto quello che tu e io possiamo fare, e nulla di tutto ciò ci renderà più stupidi, o più santi, solo un pò più vecchi e, dovrei dire, più divertenti, a causa di Dio.
Così credo che sarò anche diventato un comico.
sabato 12 aprile 2008
General Electric vede la recessione: cade Wall Street
La giornata nera di Ge - il titolo ha perso il 12,79%, la caduta più secca dal crash del 1987 - si è immediatamente trasformata in giornata nera per le Borse globali, a cominciare dalla piazza statunitense: l'indice Dow Jones e lo S&P500 sono arretrati del 2,04%, il Nasdaq del 2,61 per cento. Da sola Ge, finora terza società al mondo per capitalizzazione dietro a PetroChina e Exxon Mobil, ha bruciato in Borsa 46 miliardi, più del prodotto interno lordo dell'Ecuador nel 2006.
Il gruppo, che ha anche ridimensionato il pronostico di crescita dei profitti 2008 da oltre il 10% a meno del 5% e forse vicino allo zero, ha visto il bilancio affossato dalle attività nei servizi finanziari, le quali hanno pagato cara la crisi dei mutui e del credito. Solo due delle sei grandi divisioni Ge, infrastrutture e media, sono riuscite a macinare profitti. Un danno tale da cogliere di sorpresa i vertici: «Abbiamo fallito nell'intento di rispettare le nostre previsioni ? ha ammesso l'amministratore delegato Jeffrey Immelt ? Sapevamo che i primi tre mesi dell'anno sarebbero stati difficili, ma lo straordinario travaglio sui mercati dei capitali in marzo ha condizionato la nostra abilità di completare cessioni e provocato oneri e perdite».
Il travaglio, ha aggiunto, si è aggravato all'indomani del collasso di Bear Stearns. E ancora, in un'intervista alla rete televisiva Cnbc: «Eravamo convinti di aver cominciato l'anno con previsioni conservatrici, ovviamente non lo erano abbastanza».
Immelt si è affrettato ad assicurare che per il gruppo si tratta di «un piccolo ostacolo». Ma i vertici di Ge, da sempre, hanno abituato gli investitori ad attenti pronostici che scongiurano gli shock. Stando agli analisti, così, i conti del primo trimestre e la revisione dell'outlook sollevano perplessità sulla stessa credibilità del colosso e delle sue strategie mentre naviga le acque della crisi. Il giro d'affari è lievitato del 7,8% a 42,24 miliardi di dollari, comunque meno delle previsioni pari a 43,68 miliardi. E i nervi sono saltati davanti alle cifre sui profitti: per il primo trimestre sono stati di 44 centesimi per azione (escludendo le dismissioni), quando nessun oparatore aveva pronosticato meno di 50 centesimi. Mentre l'allarme sul futuro ha sconfessato previsioni sottoscritte da Immelt a metà marzo.
La doccia fredda, per i mercati, è diventata inevitabile. La Ge, nella sua storia ultra centenaria, soltanto 45 volte aveva ceduto in Borsa oltre il 5% in una seduta. E solo due volte aveva subito l'onta di scivoloni superiori al 10%, durante il Black Monday del 19 ottobre 1987 (-17,5%) e dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 (-10,7%). La tensione è stata aggravata ieri da dati economici - un calo della fiducia dei consumatori ai minimi da 26 anni a metà aprile e rincari del 2,8% nei prezzi alla produzione di marzo - e da incertezze sulle banche. Lehman ha sentito la necessità di mettere alla prova i nuovi aiuti della Federal Reserve alle investment bank: ha trasferito prestiti per 2,8 miliardi, tra cui alcuni a rischio che non riusciva a collocare tra gli investitori, in una finanziaria battezzata Freedom, emesso titoli legati a questi asset e usato i titoli quale garanzia per ottenere dalla Banca centrale finanziamenti vantaggiosi e a breve termine. Il nervosismo ha contagiato l'Europa: il Dow Jones Stoxx 600 Index ha perso l'1,4%, il londinese Ftse 100 l'1,2%, il tedesco Dax l'1,5% e il francese Cac l'1,3 per cento. A Milano lo S&P/Mib ha ceduto l'1,03% e il Mibtel lo 0,9 per cento.
Le attività finanziarie, nei conti Ge, hanno imposto un aumento delle riserve a fronte di possibili perdite del 42%, a 1,33 miliardi di dollari. La divisione Ge Money, impegnata tra consumatori e piccole aziende, ha sofferto un declino degli utili del 19%, mentre i servizi per le grandi imprese hanno fatto ancora peggio, con una flessione del 20 per cento. Neppure le attività industriali sono rimaste immuni: gli utili sono scivolati del 16 per cento. Anche gli elettrodomestici, storico business dell'azienda, in pronunciato declino. La divisione di tecnologie sanitarie ha a sua volta sofferto un calo del 17% nei profitti.
Segnali più incoraggianti Ge li ha ricevuti dalla divisione infrastrutture e dalla Nbc. Nelle infrastrutture, che portano in dote il 40% dei profitti aziendali grazie a motori per velivoli, turbine a gas e locomotive, l'incremento degli utili è stato del 17% e quello del fatturato del 23 per cento. Nbc/UNiversal nei media ha incassato un incremento del 3 per cento. Non abbastanza, tuttavia, da evitare l'appannarsi dei conti e dell'immagine dell'azienda Pil.
venerdì 11 aprile 2008
Usa: Feldstein, dollaro continuerà a deprezzarsi
FMI:ECONOMIA FRA 2 FUOCHI;AZIONI COMUNI BANCHE CENTRAL
mercoledì 9 aprile 2008
BCE: TRICHET DICE NO A FMI E DOMANI LASCIA TASSI FERMI - ANSA
Fmi: crescita mondiale rallenterà al 3,8% nel 2008
Usa: verbali Fed,esiste possibilità di severa contrazione per economia
MUTUI:FMI;QUASI 1.000 MILIARDI PERDITE,MERCATO PEGGIORA
martedì 8 aprile 2008
lunedì 7 aprile 2008
Dollaro: Le banche centrali dettano l'equilibrio della paura
Tuttavia le banche centrali, soprattutto alcune banche centrali di Paesi emergenti già strapiene di dollari, hanno continuato ad acquistare, mantenendo al dollaro con una quota del 64% il livello di un anno fa come moneta di riserva globale, con l'euro stabile al 26 per cento. Malgrado la debolezza del cambio, il dollaro resta il perno delle riserve.
Nonostante la fuga degli acquirenti privati, i due miliardi e passa di dollari che gli Stati Uniti devono trovare sul mercato mondiale ogni giorno per finanziare un sistema che da oltre 20 anni spende e si indebita in eccesso hanno continuato e continuano ad arrivare. Il messaggio tuttavia è chiaro: in mesi di stretta creditizia anche il Grande debitore americano ha difficoltà a finanziarsi, come succede ai privati, e trova al momento spazio essenzialmente fra i creditori sovereign. Questi hanno interesse non solo a mantenere competitiva la loro moneta su quella degli Stati Uniti, cruciale mercato di sbocco del l'export. Ma anche ad evitare perdite sul capitale che deriverebbero da un ulteriore indebolimento del cambio del dollaro, valuta di cui sono pieni, e che quindi non vendono se non con cautela (per un caso estremo, si veda il box sul Golfo Persico).
«In questo momento gli Stati Uniti si finanziano solo grazie alle banche centrali straniere», osserva Brad Setser del Council on Foreign relations di New York. Partendo dagli ultimi International capital data rilasciati dal Tesoro americano il 17 marzo, Setser osserva come a gennaio le banche centrali e i Fondi sovrani abbiano acquistato 75,5 miliardi di dollari, il che fa un ritmo di 900 su base annua. La caduta degli afflussi privati netti dall'estero è invece netta: dai 466 miliardi del primo trimestre 2007 ai 238 del terzo trimestre (la crisi è esplosa sui mercati il 9 agosto) ai 195 miliardi del quarto trimestre, al tonfo di gennaio. Mentre è continuata decisa la marcia delle banche centrali, che avevano a fine 2007 riserve complessive per 6.400 miliardi di dollari (1.600 miliardi dieci anni fa, sono quadruplicate) e di questi il 64% cioè oltre 4000 in dollari, e l'equivalente di circa 1.660 in euro. Gli acquisti del gennaio 2008 hanno visto tuttavia notevoli spostamenti.
La Cina ad esempio ha sottoscritto a gennaio 15 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, più investimenti a breve, ma a differenza del recente passato nessuna obbligazione delle Agenzie, come sono chiamate Fannie Mae e Freddie Mack, le due mega finanziarie immobiliari semipubbliche cui Washington ha affidato il difficile (sono sottocapitalizzate e il compito è un'incognita) incarico di salvare il fronte mutui.
L'accumulo di riserve globale è stato nel mondo equivalente a 1.330 miliardi di dollari in un anno, e di questi 960 miliardi sono stati dollari, calcolando 75 miliardi di assets sauditi non iscritti come riserve e 70 miliardi delle banche statali cinesi e della China investment corporation, il Fondo sovrano di Pechino. Le riserve cinesi sono al primo posto con circa 1.590 miliardi di dollari complessivi a fine gennaio contro i 1.530 di fine dicembre.
Sui destini del dollaro esistono varie teorie, ma le più accreditate partono sempre dal principio che la fine del dollaro come moneta internazionale di riferimento è ed è stata anche in passato ingenuamente troppo anticipata. «Il ruolo del dollaro come unità di conto e mezzo di scambio è ben tutelato, ha perso e sta perdendo qualche posizione come riserva di valore, come store of value», dice Stephen Jen, capo economista monetario di Morgan Stanley. Ed è questo indebolimento come riserva di ricchezza che probabilmente costerà al dollaro qualche posizione come valuta internazionale, a favore dell'euro, quando l'attuale crisi sarà superata e la Federal reserve, per bloccare l'inflazione, alzerà risolutamente i tassi.
Impossibile anticipare quando, forse il tempo è vicino forse relativamente lontano, dipende dalle mine vaganti che la crisi di subprime, derivati e la fine del grande indebitamento hanno disseminato. E quindi dalla necessità di assicurare liquidità anche attraverso i tassi che la Fed, presieduta da Ben Bernanke, ha portato dal 5,25% a luglio all'attuale 2,25% nominale. Chi ha i forzieri pieni di dollari - non solo banche centrali, anche fondi pensione e altro - aspetta per ora che tutto questo passi. Un tempo, con i cambi di Bretton Woods, le banche centrali europee che di dollari si erano riempite a partire dagli ultimi anni 50 mettevano la valuta all'incasso e chiedevano oro. Poi nel '68 lo sportello fu chiuso e nel 71 saltò il sistema. Oggi non resta che attendere. Una corsa all'euro sarebbe per molti masochista, facendo crollare il dollaro. Il circuito del dollaro, per ora, è forzoso. Un equilibrio monetario della paura.
venerdì 4 aprile 2008
Fondo Monetario Internazionale: "La crescita economica mondiale rallenterà"
FED: Possibile contrazione dell'economia in seguito alle incertezze sui tassi
giovedì 3 aprile 2008
ALITALIA: CRISI DELLE TRATTATIVE
USA:BERNANKE;RECESSIONE POSSIBILE, PRONTI A INTERVENIRE
venerdì 21 marzo 2008
Crisi Subprime
CRISI SUBPRIME - La crisi dei subprime ha provocato un'altra vittima illustre, dopo Northern Rock e Socgen.
Il fondo Carlyle Capital quotato in Olanda, è crollato del 70% per non aver trovato in extremis un accordo con i creditori.
Il fondo "specializzato" in bonds ha investito gran parte delle risorse in obbligazioni con rating tripla A emessi da Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie semigovernative americane impegnate nei finanziamenti al mercato immobiliare.
Il fondo fa capo a una delle più grandi società di private equity al mondo, l'americana Carlyle che gestisce circa 76 miliardi di dollari attraverso circa 55 fondi specializzati.
I creditori del fondo probabilmente entreranno in possesso degli asset rimasti in portafoglio, ovviamente a valutazioni molto inferiori rispetto alle quotazioni iniziali. Già da qualche giorno il fondo aveva ricevuto appelli per reintegrare i margini di garanzia per oltre 400 milioni di dollari.
La storia di Carlyle Capital è sintomatica per capire meglio il castello di sabbia costruito sul boom del mercato immobiliare americano. Il fondo ha investito a leva i 670 millioni di dollari raccolti per comprare un portafoglio da sottostanti 21,7 miliardi di dollari in residential mortgage-backed securities, ovvero una cifra pari a 32 volte il suo capitale iniziale.
Quotato in Borsa nel luglio 2007, quando ormai il mercato era stra-maturo, il fondo ha segnato in avvio quotazioni intorno ai 20 dollari per poi finire stamattina sotto 1 dollaro: -96% in 9 mesi, un bel record per una matricola.
Giusto un paio di settimane fa il Ceo John Stomber aveva detto che il fondo "potrà e andrà meglio dopo le difficoltà del 2007". Amen!
Chiusura Borse Europee 20/03/2008
martedì 18 marzo 2008
Fallisce BEAR STEARNS la più piccola tra le grandi investment bank degli Stati Uniti.
BEAR STEARNS non ce l'ha fatta. La più piccola fra le grandi investment bank degli Stati Uniti ha dovuto arrendersi all'evidenza dei fatti: la crisi subprime l'ha travolta e dopo 85 anni di onorato servizio, l'istituto, per non fallire, si è lasciato acquisire dal concorrente Jp Morgan al poco onorevole prezzo di 2 dollari per azione, contro i 30 dollari della chiusura di venerdì e contro i 160 dollari di un anno fa.
Le previsioni di Ben Bernanke sono state rispettate: alcune banche potrebbero fallire, aveva detto il numero uno della Fed e ieri il primo birillo del sistema bancario americano è caduto. E ora i timori sono che si inneschi un vero e proprio effetto domino con altri istituti massacrati dalla crisi dei mutui subprime.
A salvare Bear Stearns sarà Jp Morgan, che ha colto al volo un'occasione irripetibile e da non perdere: con circa 240 milioni di dollari si è portata a casa una banca che in Borsa capitalizzava (venerdì) poco più di 4 miliardi di dollari. Solo il primo dicembre del 2007 le azioni avevano toccato un prezzo massimo di 171,51 dollari. Certo, è tutta da vedere la qualità dell'attivo, ma Jp Morgan ha già annunciato che si farà carico di ogni magagna che troverà all'interno della banca, accollandosi anche eventuali contenziosi legali.
La cronaca della capitolazione di Bear Stearns ha quasi del surreale. Solo lunedì scorso, con il titolo in forte calo, l'ad Alan Schwartz aveva negato con forza che la banca potesse incorrere in problemi di liquidità, rivendicando la solidità dell'istituto che, in fondo, dall'inizio della crisi subprime, aveva operato svalutazioni "solo" per 2,6 miliardi di dollari.
Passano quattro giorni e la bomba scoppia a Wall Street: con un comunicato lapidario, Bear Stearns afferma che nelle ultime 24 ore la liquidità della banca si è fortemente deteriorata. Corrono in aiuto la Fed di New York e Jp Morgan, immettono liquidità e tamponano la situazione. Fino all'acquisizione, approvata domenica dai board di entrambe le banche.
L'acquisizione avverrà carta contro carta attraverso un concambio fissato in un'azione Bear Stearns contro 0,05473 azioni di Jp Morgan: un'operazione che non intaccherà la liquidità della banca e porterà a Jp Morgan circa 1 miliardo di dollari di utili aggiuntivi quando l'integrazione sarà portata a termine.
Secondo le stime fornite dalla banca Usa, Bear Stearns ha un'esposizione lorda complessiva al settore dei mutui di 33 miliardi di dollari, che scende a 13 miliardi netti considerando 20 miliardi di dollari di non-recourse-facility, ovvero crediti in cui il rischio non incombe sulla banca. Oltre a questi, figurano in bilancio fondi a leva e impegni non coperti per quasi 9 miliardi di dollari.
Il collasso di Bear Stearns sta mettendo in allarme tutto il settore creditizio: il presidente di Lehman Brothers, Richard Fuld, è rientrato in anticipo a New York da un viaggio in India e i timori che la crisi non si fermi qui continuano a crescere. In fondo, Bernanke, l'aveva detto. E questa sarà la settimana della verità con i conti delle altre grandi investment bank di Wall Street: Lehman Brothers, Goldman Sachs, Merrill Lynch e Morgan Stanley. Intanto, i cinque grandi si sono ridotti a quattro.
Chiusure Borse Usa - 17/03/2008
lunedì 3 marzo 2008
CAMBI:SUPEREURO; ALLARME ROSSO UE, SIAMO PREOCCUPATI
giovedì 28 febbraio 2008
Chiusura Borse Europee - 28/02/2008
mercoledì 27 febbraio 2008
La Federal Reserve pronta al taglio dei tassi per evitare il peggio
Chiusura Borse 28/02/2008
Chiusura Borse USA 27/02/2008
martedì 26 febbraio 2008
Dati di Chiusura 26/02/2008
lunedì 25 febbraio 2008
Dati di Chiusura 25/02/2008
sabato 23 febbraio 2008
E a Wall Street l'incertezza è sovrana....
Un binomio che ha portato Wall Street a vivere un'ottava in chiaroscuro (l'indice S&P 500 ha chiuso vicino ai livelli del venerdì precedente, il Nasdaq ha ceduto lo 0,8%), in cui da un giorno all'altro le vendite alimentate dalle preoccupazioni sull'economia venivano bilanciate dalla prospettiva di un ulteriore allentamento della politica monetaria. Sul finale della settimana, in particolare, i Fed Funds sono tornati a scontare al 100% la possibilità che la Fed tagli il costo del denaro di 50 punti base al 2,5% nella riunione del 18 marzo in seguito alla revisione al ribasso dei prezzi alla produzione Usa di novembre e dicembre. Il calo delle pressioni inflative darà infatti mani libere all'istituto centrale, preoccupato dall'andamento del ciclo economico tanto da tagliare all'1,3-2% le stime di crescita del Pil nel 2008 contro una progressione prevista inizialmente tra l'1,8% e il 2,5 per cento.
Lo scenario si è riflesso immediatamente sul mercato dei cambi, dove la debolezza intrinseca e prospettica del dollaro ha contribuito al massiccio trasferimento di capitali verso il mercato delle materie prime, giudicate dai principali fondi di investimento un porto sicuro in cui ripararsi dalla volatilità dei listini azionari. Nella settimana il dollaro ha oscillato a lungo attorno alla soglia di 1,47 per un euro prima di scivolare ai nuovi minimi da inizio mese.
Alla chiusura dei mercati europei il biglietto verde è stato indicato a 1,4820 per un euro, mentre l'accresciuta avversione al rischio ha spinto al rialzo yen e franco svizzero. In risposta alla debolezza della divisa statunitense l'oro ha aggiornato i massimi storici facendo segnare un top a 953,6 dollari l'oncia. Nuovo record assoluto anche per platino (a 2.206 dollari) mentre palladio (508 dollari) e argento (18 dollari) si sono issati ai livelli più alti rispettivamente da 7 e 28 anni.
Sulla corsa delle commodity ha influito anche la speculazione rialzista lanciata da alcuni fondi, mentre per platino e palladio hanno contato in modo particolare le difficoltà di estrazione incontrate in Sudafrica a causa della carenza di energia elettrica. Il rally, nel frattempo, ha coinvolto anche il petrolio Wti, che ha fatto segnare nuovi massimi superando per la prima volta nella storia quota 101 dollari al barile. Il top è stato raggiunto mercoledì, quando – complice la scadenza tecnica del contratto con consegna marzo – il greggio ha raggiunto i 101,32 dollari.
Per capire se la tendenza rialzista delle materie prime avrà vita lunga, gli operatori attendono ora di vedere se i segnali di forte rallentamento dell'economia Usa arrivati in settimana con i primi dati macroeconomici riferiti a febbraio troveranno conferma nei prossimi giorni. A preoccupare gli esperti è stato soprattutto il crollo dell'indice Filadelfia Fed, sceso in febbraio a -24 punti contro attese per un incremento a quota -10. Il dato, che si va a sommare al tonfo dell'indice Empire State relativo alla zona di New York, sembra indicare una drastica contrazione delle attività manifatturiere nel mese in corso, fino a quello che alcuni analisti temono possa essere un punto virtuale di stallo.
A Wall Street ne hanno fatto le spese soprattutto i titoli maggiormente legati al ciclo economico, tra cui si sono distinti in negativo quelli del comparto auto sulle crescenti preoccupazioni di contrazione dei consumi. La peggiore della classe è stata General Motors (-10%), che ha trascinato al ribasso tutti i costruttori europei nella seduta di venerdì, chiusa con un calo di oltre il 2,5% del sottoindice Stoxx settoriale e con flessioni superiori al punto percentuale per quasi tutti i listini.
Gli indici hanno così annullato parte dei guadagni messi a segno nelle precedenti sedute, per un bilancio settimanale rimasto positivo a Parigi (+1,1%), Londra (+1,7%), Zurigo (+1,4%) e soprattutto Amsterdam (+3,9%), mentre sono scivolate in rosso Francoforte (-0,4%) e Madrid (-0,4%). Piatta invece Milano, dove il Mibtel è salito dello 0,2% a fronte di una flessione dello 0,4% nell'S&P/Mib.
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Là où est le danger /croìt aussi ce qui sauve.
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mercoledì 20 febbraio 2008
Chiusura Borse 20/02/2008
martedì 19 febbraio 2008
Chiusura Wall Street 20/02/2008
Fra le blue-chips del Dow 30 si segnalano le ottime performance di AIG e Exxon Mobil con rialzi attorno al 2%. Più cauta Wal-Mart +0,44%, che è stata frenata dalle previsioni a dispetto di conti in linea con le attese. Fra i peggiori le tlc con perdite fra il 5% ed il 6% per Verizon e AT&T.
Dati di chiusura Borse Europee 20/02/2008
lunedì 18 febbraio 2008
Dati di Chiusura borse Europee 18/02/2008
Dati apertura Europa 18/02/2008
sabato 16 febbraio 2008
Chiusura borsa Italiana 15/02/2008
giovedì 14 febbraio 2008
Chiusura borse USA 14/02/2008
Usa: deficit bilancia commerciale dicembre cala oltre attese a 58,8 mld
mercoledì 13 febbraio 2008
Dati di Chiusura Europa 14/02/2008
Chiusure Borese USA 14/02/2008
Crisi dei MUTUI in America
Ciusure Borse USA 12/02/2008
lunedì 11 febbraio 2008
Dati di chiusura 11/02/2008
Dal G7 nuove elementi per una settimana di ansia
Dati di apertura 11/02/2008
sabato 9 febbraio 2008
I timori di recessione Usa agitano il sonno dell'Europa
Il settore dei servizi è infatti diventato il principale comparto degli Stati Uniti e contribuisce per circa il 70% al Pil. Se negli anni settanta e ottanta le crisi della Gm erano le crisi dell'intero sistema economico americano, ora il comparto manifatturiero è diventato assolutamente di importanza secondaria. Tanto che l'economia statunitense non ha affatto risentito del continuo calo degli occupati registrato dal settore manifatturiero nel corso degli ultimi anni. Ma al calo di importanza del settore manifatturiero ha fatto da contrappeso l'aumento di rilevanza di quello dei servizi. Se dunque anche questo ora dovesse fermarsi, e fermarsi di schianto come fa temere il dato Ism di gennaio, allora la recessione potrebbe essere lunga e profonda.
Al momento le opinioni degli economisti sono divise come non accadeva da anni. C'è chi ritiene che l'economia Usa accuserà (e stia gia accusando) una forte decelerazione ma non entrerà a pieno diritto in recessione. Altri invece vedono una recessione americana per due-tre trimestri ma un'economia globale ancora in buona salute. Ma nel corso delle ultime giornate, anche alla luce dei dati deludenti giunti dal fronte macro europeo, c'è chi inizia a temere una recessione in Eurolandia come conseguenza del contagio americano. In quest'ottica sta crescendo sensibilmente il numero di quanti chiedono in Europa alla Bce di abbandonare la sua linea attendista e di prendere esempio dalla Fed iniziando a ridurre il costo del denaro.
Venerdì Jean Claude Trichet ha effettuato a parere della maggioranza dei commentatori una timida apertura verso la possibilità di un taglio rinoscendo per la prima volta la serietà e gravità del rallentamento economico in atto. Formalmente la Bce rimane ancorata alla sua strategia di costituire una linea Maginot contro l'inflazione ma i messaggi dell'Eurotower hanno lo scopo tattico di ancorare le aspettative sull'inflazione che a loro volta agiscono sui prezzi. Nella strategia di medio periodo, gli esperti vedono invece una Bce pronta a intervenire sui tassi già a partire da marzo.
Sull'altro lato dell'Atlantico, la Fed sembra intenzionata a proseguire nella strada intrapresa di riduzione del costo del denaro anche se ovviamente non ci si dimentica del mandato di mantener fede al secondo mandato istituzionale, quello appunto di ancorare i prezzi. L'attenzione dunque dei mercati rimane primariamente concentrata sui dati macroeconomici e la settimana entrante offre sotto questo punto di vista alcuni appuntamenti cruciali. È il caso in primo luogo dell'indice delle vendite al dettaglio digennaio in calendario per mercoledì. Poiché il settore delle vendite al dettaglio si sovrappone in larga misura a quello dei servizi, da questo indice ci si attende un'importante controverifica sul reale andamento delle attività dopo la delusione Ism. È evidente che un eventuale deciso calo delle vendite al dettaglio riattizzerebbe i timori per una frenata dei consumi con pesanti conseguenze per i mercati.
Il secondo appuntamento cruciale è in calendario per martedì quando la Fed di New York pubblicherà l'indice di febbraio sull'andamento delle attività manifatturiere nel distretto. L'importanza del dato è legata al fattore tempo: si tratta infatti del primo indicatore relativo all'andamento delle attività nel nuovo mese e dunque può servire a capire quale sia il trend in atto. Sempre venerdì infine verrà reso noto il dato di gennaio sulla produzione industriale, considerato da alcuni economisti più importante di quello sulla crescita del Pil.
venerdì 8 febbraio 2008
Assegno? Grazie, incasso da casaRoma
"I clienti vogliono essere in grado di depositare assegni senza dover andare in banca", dice Rod Springhetti, VP di CheckFree. "E le banche vogliono poter offrire questo servizio (in HomeBanking, ndR). Ritengo che la possibilità di incassare un assegno a distanza divenga parte delle caratteristiche standard dell'online banking".
La novità suscita numerosi ma cauti entusiasmi: Bob Meara, senior analyst di Celent, si dice convinto che l'idea sarà imitata da molti piccoli competitor, ma non è chiaro quante banche lo adotteranno e come reagiranno i consumatori. "Potrebbe far presa su chi fa quasi esclusivamente online banking o mobile banking - dice Meara - e ciò non significa che tutti i consumatori se ne vogliano interessare".
giovedì 7 febbraio 2008
Borsa: estende le perdite al giro di boa, giu' Fiat, Stm, tiene Parmalat
Dopo un avvio già debole il Mibtel arretra dell'1,03% a 25538. Segue l'S&P/Mib in flessione dello 0,85% a 33569, mentre il Midex scende dell'1,80% a 30862. Giù dell'1,03% l'indice All Stars a 12619.
Alla lunga serie di segni meno nell'S&P/Mib, si contrappone il rialzo di Autogrill +1,22%, brillante anche la vigilia con un guadagno finale del 3,8%.
Positiva Parmalat, in attesa del Cda che oggi approverà i conti preliminari 2007. Il titolo sale dell'1,32%, dopo una mattinata altalenante.
Restano penalizzate dalla lettera Scende Stm -2,87%, in scia alla performance negativa del settore tech europeo. Fra gli industriali negativa Finmeccanica -2,16%.
Estende le perdite anche la Fiat in discesa di circa il 3%, con il comparto auto che questa mattina risulta fra i peggiori in Europa.
Sul fondo Impregilo -5%, dopo i recenti rialzi. Oggi la società ha annunciato che la brasiliana Primav Ecorodovias, di cui Impregilo International Infrastructures N.V. esercita il co-controllo, ha perfezionato l'acquisto dal gruppo argentino Sideco del 100% del capitale della concessionaria brasiliana autostradale "Rodovia das Cataratas".
Lettera nel lusso con Bulgari -2,5%%, che ritraccia dopo i guadagni della vigilia. Debole anche Luxottica -1,07%, nel giorno dell'Investor Day in California. Fra le perdite maggiori Prysmian -3,79% e A2A -3,18%. Debole l'energia con Eni e Saipem che perdono rispettivamente lo 0,70% e l'1,55%.
Fra gli editoriali tiene l'Espresso +0,39%, mentre perdono posizioni le Mondadori -0,78%, dopo un avvio migliore. Cedenti le Seat Pagine Gialle -2,34%. Dal lato dei ribassi Popolare Milano -1,64%, Intesa Sanpaolo -0,88% e Mediobanca -0,67%.
Stabile in frazionale calo Alitalia -0,71%, nel giorno del convegno su Malpensa.
Nello Star acquistatata Marr +2,35%, su cui Morgan Stanley ha alzato il prezzo obiettivo 9,2 da 9 euro. Scattano i realizzi su Txt e-Solution -8,44%, dopo la corsa della ultime sedute. Ritraccia anche Aicon -3,57%, in battute nel recente periodo.
Sull'intero listino corre Eurofly, sospesa per eccesso di rialzo.
mercoledì 6 febbraio 2008
Chiusure Borse Usa 06/02/2008
martedì 5 febbraio 2008
Macroeconomia: Il settore dei servizi crolla a gennaio
lunedì 4 febbraio 2008
Chiusura Borse Usa
L'euforia generata dall'offerta d'acquisto da quasi 45 mld di dollari lanciata da Microsoft (-6,6%) su Yahoo (+47,97%) è stata in parte smorzata dalle deludenti statistiche macroeconomiche (a gennaio sono stati persi 17 mila posti di lavoro negli Usa; si tratta del primo segno negativo dopo quattro anni e mezzo) e dai timori legati allo stato di salute del mercato del credito, dove continua a tenere banco la possibilità di un taglio del rating di Ambac Financial e Mbia, i due maggiori bond insurers americani. Il Dow Jones ha guadagnato lo 0,73% a 12.743,19 punti, il Nasdaq lo 0,98% a 2.413,36 punti e lo S&P500 l'1,22% a 1.395,41 punti. Tra i titoli che si sono messi in evidenza segnaliamo: Google (ha perso l'8,58% sulla scia delle deludenti stime rilasciate per il trimestre in corso e dell'offerta lanciata da Microsoft su Yahoo), Motorola (ha guadagnato il 10,35% beneficiando dell'ipotesi di spin-off della divisione telefonia mobile), Exxon Mobil (ha ceduto lo 0,52% nonostante un utile trimestrale record di 11,66 mld di dollari) e General Motors (ha archiviato un +2,73% dopo avere annunciato un aumento delle vendite del 2,1% negli Usa a gennaio). (09:01:27 04/02/2008)
venerdì 1 febbraio 2008
Apertura borsa Italiana 01/02/2008
Chiusura borsa Italiana 31/01/2008
Chiusura borse USA 31/01/2008
giovedì 31 gennaio 2008
L’isteria delle borse - Dalla crisi dei mutui ai timori di recessione
definire senza giri di parole 'isteria' per via del rapido e continuo cambio di direzione del trend delle
quotazioni.
Il nostro indice SPMib 40 lunedì 21 gennaio ha perso il 4,25% (più o meno come le altre borse
europee).
Il giorno dopo il Sole 24 Ore, il maggior giornale economico italiano ed uno dei primi in Europa,
titolava così: "Il rischio Usa affonda le Borse….persi 440 miliardi".
Il giorno dopo, martedì 22 gennaio l'indice ha segnato il 6,11%. Lo stesso giornale titolava la prima
pagina così: taglio shock dei tassi Usa ferma il crollo delle Borse..
Il 23 gennaio nuovo crollo dell'indice pari al 5,30%.
Il titolo del giornale è stato: "Trichet gela le Borse europee.."
Se guardiamo l'andamento dell'indice dal 2 gennaio al 23 gennaio vediamo che ha perso oltre il
14%. Le cose non sono molto diverse per le altre borse.
Dunque le borse hanno aperto il 2008 al ribasso.
I timori per la recessione Usa sono diventate certezze
Tutte quelle belle analisi che sostenevano che la crescita economica europea era ed è robusta e
soprattutto che le economie dei paesi emergenti con i loro elevati tassi di crescita, potevano
supplire al rallentamento americano, hanno finito col risultare poco attendibili (o almeno questa
sembra la percezione dominante dei mercati).
La Cina ha chiuso il 2007 con una crescita record del PIL superiore all'11%. Ciò nonostante
l'indice della borsa di Pechino da inizio anno ha perso il 17%. Poco male visto che nel 2007 è
cresciuta di oltre il 50%.
Il Dow Jones, l'indice della principale borsa del modo, da inizio anno ha perso poco più del 7%
mentre nel 2007 aveva segnato un rialzo di poco superiore al 6%.
Il ribasso di questi giorni, arriva da lontano e ha a che fare con la crisi subprime
Se diamo un'occhiata ai grafici delle varie borse possiamo notare che il ribasso in realtà inizia
verso la metà del mese di ottobre 2007 .
L'11 ottobre il Dow Jones, dopo aver toccato il suo massimo storico a quota 14198, chiude in
ribasso e da quel momento inizia una lenta discesa che al 23 gennaio 2008 risulta pari al 13,58%.
In Europa il Dax, l'indice della borsa tedesca, nello stesso periodo perde il 19%. Il nostro
SPMIB40 perde il 19,56%. Le altre borse europee si sono mosse nello stesso modo. L'indice Hang
Seng di Pechino tra il 1° novembre e il 23 gennaio perde il 35%.
Se osserviamo l'indice mondiale MSCI WORLD, che sintetizza l'andamento di tutte le principali
borse del mondo, vediamo che dopo un rialzo che durava dal marzo 2003, nel luglio 2007 segna
un primo deciso ribasso che arriva fino a metà agosto. E' il periodo dello scoppio dei mutui
subprime che dall'America si diffonde a tutto il mondo in pochi attimi. In un solo mese perde oltre il
9%.
Poi , grazie soprattutto all'azione energica delle banche centrali di tutto il mondo che iniziano a
pompare liquidità nel sistema e ad abbassare i tassi d'interesse, le borse riprendono a salire e così
l'indice MSCI WORLD si riporta sui massimi che raggiunge il 12 ottobre, dopo di che riprende a
scendere. Dal 12 ottobre ad oggi, 23 gennaio, il ribasso è del 17%.
Tra le ragioni del ribasso non sembrano esserci dubbi circa la responsabilità della frenata
dell'economia americana e dei suoi riflessi su quella mondiale come primo elemento. Poi, come
seconda ragione, si fa riferimento alla crisi dei mutui subprime e alla conseguente stretta sul
mondo del credito alle famiglie e alle imprese.
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Tutti auspicano che la FED e poi la BCE e poi le altre principali banche centrali del pianeta
abbassino ulteriormente i tassi d'interesse per stimolare la crescita economica. Il ribasso delle
borse sembra fare paura a tutti. Si sorvola sul fatto che i mercati azionari siano saliti quasi
ininterrottamente dal 2003 al 2007.
Pochi hanno voglia di parlare dei problemi reali che stanno dietro a questa crisi, tra i quali citiamo:
L'elevato deficit americano
Il livello esagerato che avevano raggiunto i prezzi delle case prima che scoppiasse la crisi
L'elevato ricorso delle famiglie americane (e non solo) all'indebitamento proprio grazie al
basso livello dei tassi d'interesse e alla facilità con cui vengono concessi i crediti
La scomparsa del risparmio (a questo proposito si veda la fuga dai fondi d'investimento da
parte dei risparmiatori italiani.
La corsa forsennata a sottovalutare il rischio, nelle sue diverse componenti, da parte di tutti
( investitori privati, investitori istituzionali, società di rating, banche ordinarie e banche
specializzate in mutui e prestiti).
L'elevato consumismo che attanaglia ormai tutto il mondo, (paesi industrializzati e paesi
emergenti) per cui si continua ad acquistare beni di cui non sempre si ha bisogno.
Oltre a questi problemi reali pensiamo ce ne siano altri, ma per quanto ci riguarda l'elenco è già
abbastanza lungo.
Fra tutti i problemi sopracitati il più pericoloso, a nostro avviso,è la sottovalutazione del rischio
finanziario così ampiamente diffusa.
E' ampiamente diffusa tra i risparmiatori che sottoscrivono strumenti finanziari, talvolta
incomprensibili e comunque molto rischiosi; tra le banche che continuano a collocare strumenti
d'investimento troppo rischiosi e non vogliono capire che a forza di massacrare i risparmiatori
arriverà il momento in cui non resterà più nessuno disposto ad investire o a farsi massacrare; è
diffusa tra le società di rating che negli ultimi anni hanno toppato troppe volte il giudizio su società
emittenti ti titoli dimostratisi spazzatura; e soprattutto è diffusa tra le massime istituzioni come le
banche centrali che continuano ad essere ostaggi delle borse o meglio dell'isteria delle borse. Le
banche centrali troppo facili ad aprire il cordone della borsa attraverso la riduzione dei tassi
d'interesse o attraverso le ingenti immissioni di liquidità nel sistema ad ogni stormir di foglie. Le
stesse banche centrali che, unitamente alle altre autorità di controllo, intervengono sempre con
eccessivo ritardo nei controlli presso i soggetti finanziari interessati all'erogazione del credito e
all'intermediazione finanziaria.
La sottovalutazione del rischio porta ad indebitarsi ben oltre il proprio reddito nella speranza di far
fronte ai debiti con guadagni che possono arrivare da investimenti altamente speculativi. Il corto
circuito innestato dai mutui subprime è eloquente. La gente si è indebitata anche quando non
aveva garanzie sufficienti a garantire la restituzione delle rate. Utilizzavano i crediti per acquistare
la casa (fidando nella rivalutazione dei prezzi) o per acquistare titoli azionari o obbligazioni ad alto
reddito. Le banche e le società specializzate in prestiti e mutui hanno concesso crediti con troppa
facilità contando sulla possibilità di "cartolarizzare" quei crediti ( operazione attraverso la quale si
collocano questi crediti sotto forma di obbligazioni più o meno strutturate ad altre istituzioni
finanziarie che allora volta cercavano di ricollocarli presso i risparmiatori finali arrivando così a
spalmare il rischio su una platea ampia di soggetti dislocati in tutto il mondo). Il comune
denominatore per tutti i soggetti interessati è la sottovalutazione del rischio finanziario che porta a
alla ricerca di facili guadagno e a sottoscrivere bond che offrono rendimenti più alti delle normali
obbligazioni o dei titoli di stato in circolazione. Naturalmente chi ha sottoscritto questi titoli ha
sorvolato sul fatto che una obbligazione che offre un rendimento più alto di un'altra ha insito un
rischio più alto e una maggiore possibilità di default (inteso come incapacità a rimborsare il
capitale) più elevato.
Si paga un premio maggiore per un rischio maggiore: è sempre stato così e sarà sempre così.
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Gli esempi di default che si possono fare sono migliaia: dai bond russi a quelli argentini, dal caso
Parmalat in Italia, al caso Enronn in America per finire col caso della banca inglese Northern Rock
assediata dai risparmiatori in coda per ritirare i propri risparmi dopo il crollo in Borsa.
All'inizio di questa crisi (metà agosto - momento dello scoppio di questa ennesima bolla
speculativa) da parte delle istituzioni finanziarie e non solo, ci fu una corsa generale a rassicurare i
mercati e quindi investitori e risparmiatori che si trattava di un fenomeno marginale che non
avrebbe minimamente intaccato il sistema finanziario. Nessuno però riusciva a dare cifre. Giorno
dopo giorno però i grandi gruppi bancari coinvolti (da Merrill Linch a Goldman Sach, da UBS a
Societè Generale, da Intesa San Paolo a Unicredit, hanno cominciato a fornire qualche cifra sicché
si è capito che si trattava di un fatto molto importante. In Borsa i titoli bancari cominciano ad
accusare forti ribassi che finiranno col condizionare tutti i listini.
Alla data odierna si parla di una voragine superiore ai 100 miliardi di dollari, oltre 71 miliardi di euro
al cambio di 1,40 (e non facciamo il cambio alle vecchie lire perché viene fuori una cifra non
prevista nemmeno da una normale calcolatrice finanziaria) persi nella crisi dei mutui subprime.
Una cifra che appare necessariamente provvisoria, fino a quando non verranno fatti calcoli più
definitivi (e non è detto che questi calcoli verranno mai fatti).
Ribasso temporaneo o inversione di tendenza?
Come prima cosa , per quanto riguarda l'attuale ribasso delle borse, noi pensiamo che non sia il
caso di farne un dramma (dopo gli anni di rialzo è normale che ci sia un periodo di ribasso) e
addirittura riteniamo possa essere salutare se contribuirà a far tornare tutti con i piedi per terra
ovvero se contribuirà a mettere di nuovo al centro la corretta valutazione del rischio, a tutti i livelli.
Per questo riteniamo sbagliata (nel senso dell'inefficienza del rimedio oltre il breve termine) la
riduzione dei tassi d'interesse in assenza di interventi strutturali. La politica monetaria da sola non
basta più a determinare il tasso di crescita dell'economia e soprattutto riteniamo che non debba
essere usata per combattere l'isteria delle borse che oggi perdono il 5% temendo la recessione
economica e l'indomani recuperano il 6% perché c'è chi compra in quanto ritiene interessanti i
livelli di prezzo raggiunti dai titoli quotati.
La Borsa ha un rischio intrinseco piuttosto elevato, che aumenta ancora di più quando aumenta
considerevolmente la volatilità dei corsi, come sta accadendo in questi ultimi tempi.
Solo per fare qualche esempio la volatilità dell'indice SPMIB40, degli ultimi giorni è sui massimi
assoluti degli ultimi 5 anni. Negli ultimi 10 giorni è più che raddoppiata. Qualche altro raffronto può
chiarire meglio il concetto. Lo scorso 20 agosto, all'indomani dello scoppio della crisi subprime la
volatilità dei corsi dell'indice SPMIB 40 aveva toccato quota 839 punti. Ieri, 23 gennaio, ha toccato
quota 987.
Quando la volatilità è molto alta l'escursione tra massimo e minimo è altrettanto alta così come le
continue inversioni del trend.
In momenti come questo è consigliabile operare solo se si è realmente in grado di gestire la
volatilità sia in termini di tempestività di esecuzione degli ordini sia in merito ai target da fissare
(stop loss e stop profit).
Le prospettive delle Borse per il prossimo futuro, dal punto di vista macroeconomico, o meglio in
considerazione del rapporto esistente tra ciclo economico e ciclo di borsa, non sono per niente
buone. Le Borse di solito anticipano i cicli economici ; cominciano a scendere quando si prospetta
una bassa crescita economica e riprendono a salire quando migliorano le aspettative di una fase
espansiva dell'economia.
Le prospettive per il prossimo futuro, secondo l'analisi tecnica sono tutt'altro che rosee perché ci
sono elevate possibilità che il ribasso prosegua ( si va da una perdita di un altro 10% fino al 18%
dai valori attuali). Ovviamente data l 'elevata volatilità esistente sui mercati in questo momento,
avremo frequenti inversione di direzione del trend dei prezzi. A forti ribassi seguiranno forti rialzi,
ma il trend di medio-lungo termine resta ribassista.
ALITALIA: PROFONDO ROSSO CONTI,SERVE INIEZIONE 750 MLN /ANSA
(22:17:00 30/01/2008)
Chiusura Borse Usa
(09:04:39 31/01/2008)
Dati di apertura 31/01/2008
mercoledì 30 gennaio 2008
Apertura Borse USA 30/01/2008
Pil Usa sotto le attese: +0,6% nel IV trimestre (2,2% nel 2007)
Frena l'economia Usa: il prodotto nazionale lordo statunitense nel quarto trimestre 2007 è cresciuto solo dello 0,6%, in base alla prima lettura diffusa oggi, contro il +4,9% del terzo trimestre (le attese erano per una crescita dell'1,2%). Per l'intero 2007 il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti è stato del 2,2% dopo il +3,3% registrato nel 2006. Nel quarto trimestre 2007 si è registrata anche una frenata dei consumi privati, +2,0% contro +2,8% del precedente trimestre. Il tasso d' inflazione «core» (senza cibo e petrolio) negli Usa nel quarto trimestre è balzato a +2,7% contro +2,0% del precedente trimestre. L' andamento è fotografato in base ai prezzi di beni e servizi acquistati dai consumatori.
Crisi mutui, l'Fbi apre inchiesta su 14 banche
L'Fbi non ha rivelato il nome delle istituzioni finite sotto indagine. L'inchiesta delle autorità federali sulla crisi dei mutui subprime non è del resto l'unica avviata dalle autorità di controllo. Nelle scorse settimane i procuratori dello stato di New York e del Connecticut hanno reso noto di star esaminando se le banche di Wall Street abbiano nascosto agli investitori dettagli sul reale livello di rischio delle cartolarizzazioni di mutui subprime esponendoli così a rischi ingiustificati. Ieri, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Bear Stearns hanno rivelato in aggiornamenti alla Sec di aver risposto positivamente alle richieste di documenti avanzate da varie agenzie di controllo non meglio identificate. Le statistiche fornite dall'Fbi confermano intanto che i casi per frodi legate ai mutui sono in forte aumento: al momento sono aperti 1.210 dossier contro i circa 800 di un anno fa.
Usa: indice fiducia consumatori gennaio scende a 87,9
martedì 29 gennaio 2008
Ancora scricchiolii...
Stavolta i segnali stanno arrivando dalle carte di credito "revolving".
Cito:
"In un articolo dal titolo di per sé inquietante, Recession Coming, Richard Berner e David Greenlaw, economisti di Morgan Stanley ma non per questo da considerarsi automaticamente embedded, affermano che, a causa degli effetti della più grave crisi finanziaria degli ultimi sessanta anni, allo sciopero degli investitori farà con ogni probabilità seguito il ben più temibile sciopero dei consumatori più consumatori del mondo, le voraci cicale statunitensi che saranno costretti a mettere il silenziatore al frenetico zip zip delle loro micidiali carte di credito revolving che, seppur in attesa della conferma statistica, sono caratterizzate da un outstanding che ormai sfiora i mille miliardi di dollari."
Se qualcosa ha da succedere state pur sicuri che succederà e non sarà indolore.
I TITOLI CASSAFORTE / Azioni con potenzialità di ripresa
di Paolo Zucca
Di "titoli con la corazza" ce ne sono pochi. Mercoledì un difensivo come Edison ha subito una botta dell'8% a 1,6 euro (era 2,12 a inizio 2008). Individuare 10 titoli su cui impostare un portafoglio azionario italiano per i prossimi 18 mesi è come camminare sul filo.
Accetta la sfida Pio De Gregorio, responsabile della direzione equity di Centrobanca. «Ci sono occasioni molto attraenti – premette –; la traccia del dividend yield (il rapporto fra dividendo per azione e quotazione) è corretta soprattutto se si incrocia con la forza patrimoniale e la capacità di business. In diversi casi, visti i prezzi molto sacrificati, si può abbinare l'incasso praticamente certo dei dividendi con un buon capital gain che potrebbe emergere da un clima di normalità».
De Gregorio indica «Enel, che ha subito pesanti correzioni e che a nostro giudizio è sotto di 1,5 euro il fair value; il dividendo è consistente. Due big bancarie, UniCredit e Intesa Sanpaolo, e soprattutto la seconda per il dividendo cui potrebbe aggiungersi una cedola straordinaria. Le banche italiane hanno solo parte del loro business nell'investment banking, il profilo di rischio è più contenuto».
«Anche nei media ci sono opportunità come Mondadori e Mediaset per gli alti ritorni da dividendo e grande solidità finanziaria. Aggiungerei Seat Pg, non per le cedole. È enormemente sottovalutata nella convinzione che i grandi motori di ricerca possano erodere business. Non credo sarà così». Per Finmeccanica «non per la cedola quanto dell'attesa per la chiusura di un maxi contratto per la fornitura di elicotteri negli Usa, una garanzia per i prossimi anni». Per le Telecom ordinarie e risparmio le potenzialità sono molte. Infine Luxottica, che può rafforzarsi dalla razionalizzazione delle acquisizioni fatte e con nuova crescita in Asia, Cina in particolare, e Italcementi che pure ha molto internazionalizzato le proprie attività. Anche in questo caso i prezzi attuali sono molto convenienti».
Concorda su Luxottica, UniCredit, Telecom anche Giorgio Giovannini, country manager di Henderson Global Investors. E aggiunge Fiat, Generali, Banco Popolare, Tiscali ed Edison «per il consolidamento del settore». E «per non ingessarsi sulle blue chip perdendo anche lo slancio di una eventuale ripresa aggiungo anche Guala, per la presenza internazionale, e Brioschi, fra i migliori immobiliari».
paolo.zucca@ilsole24ore.com
La crisi dei subprime (riassunto)
- nel periodo caratterizzato da bassi tassi d’interesse molti americani contraggono mutui a tasso variabile per comprare casa.
- i mutui vengono cartolarizzati dagli istitui finanziari che emettono obbligazioni subprime acquistate da investitori desiderosi di rendimenti più alti (perchè il rischio è maggiore) ed anche da molte banche per alzare il rendimento dei portafogli.
- i mutuatari a tasso variabile non ce la fanno a pagare le rate cresciute troppo, e questo crea problemi nel rimborso agli investitori. Le istituzioni finanziarie lanciano i primi 'warning'
- molti detentori di tali obbligazioni iniziano a disfarsene e a venderle facendo crollare il loro prezzo, questo crea una crisi di fiducia nel mercato, lontanamente simile al bank run (assalto agli sportelli) del 1907.
- la Fed inietta liquidità con massicci pronti contro termine, tuttavia gli strumenti che le moderne banche centrali possiedono per simili eventualità possono agire direttamente solo nei confronti del tradizionale sistema bancario e non toccano direttamente il settore finanziario non bancario che è stato più duramente colpito dalla crisi di fiducia. Questo comporta un'azione parallela di politica monetaria sui tassi di sconto dei fed funds portati dal 6,25% al 5,75% che prende molti in contropiede.
- Nel caso in cui si taglino i tassi c'è il rischio che la mossa possa non servire a molto, costringendo ad un ulteriore taglio ed alla crisi di credibilità della Fed, oltre al rischio di danneggiare l'economia vista la crescita del Pil del secondo semestre al 4% e tenendo presente il fatto che una mossa di politica monetaria riversa i suoi effetti su un arco di 12/18 mesi.
- Nel caso in cui non si taglino i tassi c'è il rischio che il mercato reagisca male, visto che i tassi impliciti sui future dei depositi anticipano già una riduzione dei Fed Funds Rates di almeno 50 punti base, e visto anche che il recupero di Wall Street è legato a queste aspettative di riduzione dei tassi.
Crisi Finanziaria
"Le ricette Usa non funzioneranno"
DAVOS - "Ho visto tante crisi in vita mia, ma erano circoscritte a una zona geografica (Messico, Thailandia, Russia) o a un'entità finanziaria come lo hedge fund Ltcm, che fu salvato facilmente da un'azione concertata delle banche americane. Perfino la crisi delle Savings&Loans, forse la più grande per dimensioni, era localizzata negli Stati Uniti. Quella che stiamo vivendo invece riguarda l'intero sistema finanziario mondiale". A Davos per il World Economic Forum, il presidente del gruppo Cir e dell'Editoriale L'Espresso, Carlo De Benedetti, analizza la tempesta globale che è al centro dell'attenzione del summit.Il robusto taglio dei tassi Usa può segnare una svolta, insieme con la manovra fiscale di aiuti alle famiglie che Bush e il Congresso stanno per varare?
"Questa è una crisi destinata a durare. La mossa inusuale della Fed, quando sarà stata digerita dai mercati nel suo significato reale, rischia di confermare un senso di affanno. Inoltre da Greenspan a Bernanke la banca centrale americana sembra preoccuparsi più di Wall Street che di Main Street, si focalizza sui problemi del mondo finanziario più che sull'economia reale. Si rischia di creare un moral hazard, dando l'impressione agli operatori finanziari che le autorità monetarie li mettono al riparo dal rischio. Dietro la proliferazione patologica di strumenti finanziari ad altissimo contenuto di indebitamento c'è un controllo insufficiente da parte della banca centrale. In quanto agli annunci dell'Amministrazione Bush finora sono accolti quasi con indifferenza dai mercati. Anche l'aiuto fiscale, come il taglio dei tassi, arriva comunque troppo tardi".
Qui a Davos gli esponenti dei governi, i banchieri, gli imprenditori e gli economisti si interrogano sulla natura della "frenata" americana: è recessione?
"Non è molto rilevante il dibattito semantico tra chi sostiene che la recessione è già in atto e chi preferisce ancora parlare di un pesante rallentamento. In realtà nessuno sa quando toccheremo il fondo del barile. Di certo la caduta del mercato immobiliare americano non è un fenomeno che si esaurisce in un trimestre. C'è il rischio che quanto abbiamo visto finora sia solo un inizio. Sul mercato interbancario c'è una semiparalisi, perché ogni banca teme che la banca di fronte abbia un bilancio peggiore del suo. Il sistema creditizio fornisce linfa vitale all'attività delle imprese, è illusorio pensare che non ci siano conseguenze sugli investimenti produttivi e sull'economia reale".
C'è ancora chi spera nel decoupling: e cioè che l'Unione europea e l'Asia possano sganciarsi dal ciclo americano.
"Nell'Unione europea lo choc potrebbe essere un po' meno severo perché non c'è quell'eccesso di indebitamento delle famiglie di cui soffre l'America. Tuttavia nessuno è al riparo, tantomeno l'Italia che è l'anello debole fra le economie europee. In quanto all'Asia, è più probabile che riesca ad evitare una recessione, ma non manterrà ritmi di sviluppo così vigorosi da trainare la crescita mondiale ai livelli degli anni precedenti. Bisogna avere presente le esigenze differenti delle diverse aree del mondo. Una crescita del Pil limitata all'1% non è brillante ma neppure catastrofica per continenti di vecchia industrializzazione come Stati Uniti ed Europa. Per la Cina invece crescere "solo" del 5% (dall'11% attuale) sarebbe un serio problema. Per loro natura quei giganti emergenti hanno bisogno di tenere una velocità di sviluppo molto sostenuta. Chi spera nel decoupling sottovaluta poi i meccanismi di interconnessione che legano i soggetti dell'economia globale. Una contrazione dei consumi negli Stati Uniti penalizza tutte le nazioni che esportano su quel mercato. La domanda endogena della Cina non può supplire da sola, se l'America riduce le sue importazioni".
Dopo i mutui subprime dove può scoppiare il prossimo "incidente"?
"E' vulnerabile l'intero settore dei finanziamenti al consumo, cominciando dalle carte di credito. Negli Stati Uniti spesso i consumatori possiedono più di una carta di credito e le utilizzano fino al massimo scoperto consentito. Alcune banche che emettono carte di credito cominciano a segnalare insolvenze dei clienti fino al 30%. Più in generale, lo stesso progresso tecnologico che ha favorito la creazione degli strumenti derivati ha cambiato le regole del gioco della finanza. La massa monetaria definita secondo i criteri tradizionali non è più un indicatore che rappresenta la realtà in modo adeguato. Le banche che hanno creduto di eliminare il rischio attraverso la cartolarizzazione, oggi se lo vedono tornare a casa su una scala moltiplicata".
In tutti i paesi si assiste a un'ondata di riscatti dai fondi comuni d'investimento. In uno scenario dominato dall'incertezza quali regole dovrebbe seguire un risparmiatore?
"La liquidità e i buoni del Tesoro sono un rifugio. E a prescindere dalle previsioni che si possono fare sul futuro del dollaro, per chi vive e spende il suo reddito nell'Unione europea è naturalmente più prudente investire in euro".
Come si innesta questa crisi sui cambiamenti strutturali dell'economia globale, sui nuovi rapporti di forze tra le grandi aree del mondo?
"L'assetto su cui si è fondata l'economia internazionale negli ultimi 60 anni è finito per sempre, ed è urgente prenderne atto. Non ha senso oggi un sistema dove la Russia non è nel Wto, dove all'America spetta di diritto la nomina al vertice della Banca mondiale e l'Europa sceglie il direttore generale del Fondo monetario. Tutto questo rappresenta un mondo che non c'è più. Bisogna ricostruire le istituzioni della governance globale perché rappresentino gli equilibri di oggi, non quelli post-bellici. La sfida positiva è quella di una democratizzazione del sistema di governance, che accolga grandi nazioni emergenti e assegni a ciascuno ruoli e responsabilità adeguate. Naturalmente, per chi aveva dominato finora, i futuri aggiustamenti possono essere dolorosi. La globalizzazione non è una teoria, né riguarda soltanto il commercio: avvengono spostamenti formidabili nei pesi delle economie. Il declino strutturale della funzione del dollaro - al di là di quel che accade al suo tasso di cambio - registra questa svolta storica".
La difficoltà ad accettare questi nuovi equilibri di potere traspare da alcune reazioni occidentali di fronte all'irruzione dei fondi sovrani, un altro fenomeno molto discusso al World Economic Forum. Gli investimenti delle istituzioni finanziarie controllate dai governi asiatici o mediorientali hanno già suscitato allarme, soprattutto in Francia e in Germania.
"La Francia ha sempre nutrito delle diffidenze verso gli investitori non francesi. La Germania è spaventata dall'invasione delle cosiddette "locuste" perché è ancora affezionata a un'idea di stabilità del rapporto banca-impresa, anche se in realtà lo spostamento del controllo verso i mercati è inesorabile. Quel che è accaduto in America è significativo. Con le prime crisi bancarie e le prime ricapitalizzazioni di gruppi come Citibank il segretario al Tesoro Paulson ha chiamato a raccolta paesi alleati come Abu Dhabi. Poi via via che i problemi si allargavano non si è potuto evitare l'ingresso nel sistema bancario americano del fondo sovrano della Repubblica popolare cinese, controllato dalla superpotenza rivale degli Stati Uniti. Quando si ha un bisogno impellente di capitali non si guarda troppo per il sottile. Il ruolo crescente dei fondi sovrani corrisponde a una realtà macroeconomica: il forte squilibrio tra l'accumulazione di riserve valutarie nei paesi emergenti, a fronte di un risparmio negativo negli Stati Uniti, e in calo in Europa".
(25 gennaio 2008)



