lunedì 21 aprile 2008

Bank of America, utili in calo del 77%

Utili in calo del 77% per Bank of America che ha chiuso il primo trimestre con un risultato netto di 1,21 miliardi di dollari, o 23 centesimi per azione, a causa delle predite registrate nel settore trading e per l'incremento a 3,3 miliardi di euro delle riserve sulla scia della crisi del mercato del credito. Il fatturato si è attestato a 17 miliardi di dollari. Gli analisti si attendevano un utile di 41 centesimi per azione e ricavi per 16,5 miliardi di dollari. Gli analisti di Thomson Financial avevano previsto utili pari a 41 centesimi per azione su un giro d'affari di 16,46 miliardi di dollari. Sui risultati hanno influito svalutazioni sugli asset finanziari dell'istituto per almeno 1,91 miliardi di dollari. Gli accantonamenti di Bank of America relativi a future perdite su crediti sono cresciuti a 6,01 miliardi di dollari, contro gli 1,24 miliardi dei primi tre mesi del 2007 e i 3,31 miliardi del quarto trimestre. «Rimaniamo preoccupati per lo stato di salute dei consumatori, data la prolungata crisi immobiliare, le problematiche relative ai mutui subprime, lo stato dell'occupazione e l'incremento dei prezzi degli alimenti e della benzina», ha detto il presidente e amministratore delegato Kenneth Lewis, per cui Bank of America è comunque «in una posizione forte per sopportare gli sbalzi ed emergere ancora più forte quando le condizioni miglioreranno».




PETROLIO:VOLA A 117,76 DLR

Il petrolio sfonda anche quota 117 dollari, mettendo a segno ancora dei record, in mattinata a 117,53 dollari per poi puntare poco prima della chiusura di New York ai 118 dollari, raggiungendo quota 117,76 dollari al barile. E mentre l'oro nero guarda dritto - secondo le previsioni degli analisti - a quota 120 dollari, si torna a fare i conti sull'impatto del caro-greggio sull'economia mondiale: per ogni 10 dollari di aumento del barile di oro nero, l'impatto economico tra ricadute dirette ed indirette - ha ricordato oggi il premier Romano Prodi - e' di 500 miliardi di dollari. E pesa in maniera piu' consistente sui paesi poveri. Il greggio ha sfondato in mattinata quota 117 dollari nel mercato elettronico after hours di New York, con un primo record a 117,05 poi aggiornato a 117,53. A Londra, invece, il Brent, il greggio di riferimento europeo, ha segnato il nuovo massimo a 114,65 dollari. Dietro i rialzi ci sono le dichiarazioni del segretario generale dell'Opec Abdullah Al-Badri che ieri ha escluso aumenti di produzione e le notizie arrivate dalla Nigeria su nuovi attacchi ad oleodotti da parte di ribelli del Mend. Anche se, sullo sfondo, rimane l'elemento speculazione. Dall'inizio del mese il prezzo del greggio e' intanto cresciuto di oltre 17 dollari a New York e di circa 15 a Londra e secondo gli analisti la soglia di 120 dollari e' ormai alle porte. Aumenti che peseranno non poco sull'economia mondiale, come ha spiegato il premier uscente Prodi, fornendo qualche cifra alla platea dell'International Energy Forum in corso a Roma: ''Prezzi del petrolio troppo alti pesano sull'economia mondiale, specie sui Paesi piu' poveri, con un costo, diretto e indiretto, stimabile in 500 miliardi di dollari ogni 10 di dollari di aumento del prezzo al barile''. Per questo, secondo Prodi, ''e' necessario che i prezzi petroliferi siano relativamente stabili a livelli accettabili sia per i consumatori che per i produttori''. Un primo passo verso un livellamento dei prezzi deve essere fatto nella direzione delle infrastrutture, con investimenti da parte dei Paesi produttori perche' - ha spiegato il premier - ''continuino ad assicurare l'offerta necessaria'', nonostante i loro timori ''sulla certezza della domanda e del possibile impatto delle politiche oggi in discussione'' nei paesi consumatori sulle variazioni del mix d'offerta, della gestione della domanda e dei cambiamenti climatici. Gia' nel 2008 il caro petrolio rischia di ridurre la crescita mondiale fra mezzo e un punto percentuale se i rialzi dovessero perdurare per tutto l'anno, ha avvertito intanto il vice direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, John Lipsky, ricordando che ''il prezzo del petrolio e' cresciuto di circa 40 dollari al barile rispetto alla media del 2007''. A farne le spese saranno soprattutto le economie emergenti. Secondo le valutazioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, ''i prezzi correnti del petrolio sono troppo elevati per tutti'', ma considerando le ''minacce'' che pesano sulla ''crescita globale'', ha detto all'IEF il direttore del'Aie Nobuo Tanaka, l'alto prezzo del greggio rappresenta un danno ''soprattutto per i paesi emergenti''. Tutt'altro che preoccupato dall'andamento dei prezzi e' l'Iran, quarto produttore al mondo di greggio: dopo le parole del presidente Ahmadinejad, che aveva definito bassa una quotazione di 115 dollari, anche il ministro del petrolio Gholamhossein Nozari oggi ha ribadito che ''in questo momento i prezzi in termini reali non sono troppo alti''. Una riunione informale dei paesi produttori dell'Opec, intanto, si e' tenuta a Roma in occasione dello Ief. Un incontro dal quale pero' non sarebbe emersa nessuna decisione operativa, ne sarebbe stata fissata alcuna data per nuovi vertici del Cartello. E mentre il ministro dell'energia del Venezuela, Rafael Ramirez, sostiene che gli aumenti sono solo colpa della debolezza del dollaro, una nota di ottimismo sul futuro dei prezzi arriva dagli operatori del settore. Secondo l'ad dell'Eni Paolo Scaroni, nel medio periodo le quotazioni sono destinate a scendere a 60-70 dollari al barile in 3-4 anni anche grazie agli investimenti che gli operatori del settore stanno facendo in questi anni.


mercoledì 16 aprile 2008

Sarò altrettanto soddisfatto nell'ottobre 1951 ?
Allora avrò scritto "Sulla strada", "il Natale dell'imbecille" e magari anche tutto il "Dottor Sax" e anche dei racconti. Avrò ricevuto una borsa di studio Guggenheim e viaggiato per tutta l'Europa; avrò comprato una casa, magari una macchina; forse mi sarò sposato; di certo avrò amato diverse belle donne, chi più chi meno; avrò fatto molte amicizie e avrò incontrato i grandi del mondo; avrò deciso riguardo a futuri grandi libri e poesie; mi sarò avvicinato alla morte ancor più a Dio; avrò superato la malattia e il duro lavoro, sarò ingrassato e avrò perso i capelli e avrò qualche ruga in più.
E sarò stato preda dei misteri.
E sarò stato solo.
E sarò stato malato.
E sarò stato tronfio.
E sarò Stato mite.
E sarò stato sciocco.
E sarò stato crudele, senza fede e ottuso; e sarò stato pieno di entusiasmo; e mi sarò sentito rotto, freddo, secco, stonato, picchiato; e sarò stato divertente, sarò stato stupido; e mi sarò meravigliato e mi sarò arrabbiato, avrò gridato, mi sarò accigliato, avrò sprizzato, strillato, urlato, confessato, cagato; e sarò stato un osso e sarò stato un cespuglio, avrò dormito e mi sarò svegliato; avrò pianto, imprecato, scalciato, meditato, strisciato, implorato, cercato, mi sarò dimenato, avrò sorriso, parlato a vanvera, guardato nel vuoto, esitato, fatto il cretino; insomma, tutto quello che tu e io possiamo fare, e nulla di tutto ciò ci renderà più stupidi, o più santi, solo un pò più vecchi e, dovrei dire, più divertenti, a causa di Dio.
Così credo che sarò anche diventato un comico.

sabato 12 aprile 2008

General Electric vede la recessione: cade Wall Street

La General Electric dichiara la sua recessione e spaventa Wall Street. Il gigante della Corporate America, considerata "l'azienda Pil" per diversificazione e dimensioni delle attività, ha inflitto una rara quanto cocente delusione al mercato: ha annunciato un calo dei profitti del 5,8% a 4,3 miliardi di dollari nel primo trimestre dell'anno e mancato le attese di utili per azione ben del 15%, pari a sette centesimi.
La giornata nera di Ge - il titolo ha perso il 12,79%, la caduta più secca dal crash del 1987 - si è immediatamente trasformata in giornata nera per le Borse globali, a cominciare dalla piazza statunitense: l'indice Dow Jones e lo S&P500 sono arretrati del 2,04%, il Nasdaq del 2,61 per cento. Da sola Ge, finora terza società al mondo per capitalizzazione dietro a PetroChina e Exxon Mobil, ha bruciato in Borsa 46 miliardi, più del prodotto interno lordo dell'Ecuador nel 2006.
Il gruppo, che ha anche ridimensionato il pronostico di crescita dei profitti 2008 da oltre il 10% a meno del 5% e forse vicino allo zero, ha visto il bilancio affossato dalle attività nei servizi finanziari, le quali hanno pagato cara la crisi dei mutui e del credito. Solo due delle sei grandi divisioni Ge, infrastrutture e media, sono riuscite a macinare profitti. Un danno tale da cogliere di sorpresa i vertici: «Abbiamo fallito nell'intento di rispettare le nostre previsioni ? ha ammesso l'amministratore delegato Jeffrey Immelt ? Sapevamo che i primi tre mesi dell'anno sarebbero stati difficili, ma lo straordinario travaglio sui mercati dei capitali in marzo ha condizionato la nostra abilità di completare cessioni e provocato oneri e perdite».
Il travaglio, ha aggiunto, si è aggravato all'indomani del collasso di Bear Stearns. E ancora, in un'intervista alla rete televisiva Cnbc: «Eravamo convinti di aver cominciato l'anno con previsioni conservatrici, ovviamente non lo erano abbastanza».
Immelt si è affrettato ad assicurare che per il gruppo si tratta di «un piccolo ostacolo». Ma i vertici di Ge, da sempre, hanno abituato gli investitori ad attenti pronostici che scongiurano gli shock. Stando agli analisti, così, i conti del primo trimestre e la revisione dell'outlook sollevano perplessità sulla stessa credibilità del colosso e delle sue strategie mentre naviga le acque della crisi. Il giro d'affari è lievitato del 7,8% a 42,24 miliardi di dollari, comunque meno delle previsioni pari a 43,68 miliardi. E i nervi sono saltati davanti alle cifre sui profitti: per il primo trimestre sono stati di 44 centesimi per azione (escludendo le dismissioni), quando nessun oparatore aveva pronosticato meno di 50 centesimi. Mentre l'allarme sul futuro ha sconfessato previsioni sottoscritte da Immelt a metà marzo.
La doccia fredda, per i mercati, è diventata inevitabile. La Ge, nella sua storia ultra centenaria, soltanto 45 volte aveva ceduto in Borsa oltre il 5% in una seduta. E solo due volte aveva subito l'onta di scivoloni superiori al 10%, durante il Black Monday del 19 ottobre 1987 (-17,5%) e dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 (-10,7%). La tensione è stata aggravata ieri da dati economici - un calo della fiducia dei consumatori ai minimi da 26 anni a metà aprile e rincari del 2,8% nei prezzi alla produzione di marzo - e da incertezze sulle banche. Lehman ha sentito la necessità di mettere alla prova i nuovi aiuti della Federal Reserve alle investment bank: ha trasferito prestiti per 2,8 miliardi, tra cui alcuni a rischio che non riusciva a collocare tra gli investitori, in una finanziaria battezzata Freedom, emesso titoli legati a questi asset e usato i titoli quale garanzia per ottenere dalla Banca centrale finanziamenti vantaggiosi e a breve termine. Il nervosismo ha contagiato l'Europa: il Dow Jones Stoxx 600 Index ha perso l'1,4%, il londinese Ftse 100 l'1,2%, il tedesco Dax l'1,5% e il francese Cac l'1,3 per cento. A Milano lo S&P/Mib ha ceduto l'1,03% e il Mibtel lo 0,9 per cento.
Le attività finanziarie, nei conti Ge, hanno imposto un aumento delle riserve a fronte di possibili perdite del 42%, a 1,33 miliardi di dollari. La divisione Ge Money, impegnata tra consumatori e piccole aziende, ha sofferto un declino degli utili del 19%, mentre i servizi per le grandi imprese hanno fatto ancora peggio, con una flessione del 20 per cento. Neppure le attività industriali sono rimaste immuni: gli utili sono scivolati del 16 per cento. Anche gli elettrodomestici, storico business dell'azienda, in pronunciato declino. La divisione di tecnologie sanitarie ha a sua volta sofferto un calo del 17% nei profitti.
Segnali più incoraggianti Ge li ha ricevuti dalla divisione infrastrutture e dalla Nbc. Nelle infrastrutture, che portano in dote il 40% dei profitti aziendali grazie a motori per velivoli, turbine a gas e locomotive, l'incremento degli utili è stato del 17% e quello del fatturato del 23 per cento. Nbc/UNiversal nei media ha incassato un incremento del 3 per cento. Non abbastanza, tuttavia, da evitare l'appannarsi dei conti e dell'immagine dell'azienda Pil.

venerdì 11 aprile 2008

Usa: Feldstein, dollaro continuerà a deprezzarsi

Il presidente della National Bureau of Economic Research, Martin Feldstein, ha detto che il dollaro continuerà a deprezzarsi e che quindi un intervento coordinato delle Banche Centrali per sostenerne il valore sarebbe sbagliato. Feldstein ha aggiunto che la debolezza del dollaro sta sostenendo le esportazioni americane in questa fase di rallentamento economico.

FMI:ECONOMIA FRA 2 FUOCHI;AZIONI COMUNI BANCHE CENTRAL

L'economia e' fra due fuochi, o meglio ''siamo letteralmente fra ghiaccio e fuoco'', come ha detto Dominique Strass-Kahn nel giorno del suo debutto come direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) agli spring meeting. Il ghiaccio e' il raffreddamento dell'economia, mentre il fuoco indica i prezzi che si surriscaldano, trainati da energia e alimentari. Un quadro difficile che pone la politica di fronte a delle scelte a seconda delle condizioni dei singoli paesi. La crisi dei mutui subprime, che e' ''di nuovo tipo'' ed e' la ''piu' dura dagli anni '30'', e' stata ben affrontata dalle banche centrali - osserva Strass-Kahn -, che ora pero' dovrebbero riflettere su una maggiore convergenza, su una standardizzazione degli interventi che consentirebbero cosi' al mercato di capire meglio. ''Siamo fra ghiaccio e fuoco'' esordisce Strass-Kahn nel corso della conferenza stampa, come a dire che l'economia si trova fra l'incudine e il martello. Da una parte il rallentamento economico e dall'altra l'inflazione. ''Abbiamo previsto un importante, serio rallentamento dell'economia, dovuto agli Stati Uniti che quest'anno cresceranno dello 0,5% per poi registrare una moderata ripresa nel 2009. La causa e' da rintracciare nelle turbolenze finanziarie ma anche nel ciclo economico'' spiega Strauss-Kahn, evidenziando come una riduzione del pil dell'1% negli Stati Uniti si traduce in una flessione della crescita europea dello 0,4%. I rischi per la congiuntura, inoltre, sono al ribasso, e sono legati soprattutto al mercato immobiliare statunitense. Ma a preoccupare, e neanche poco, e' l'inflazione, spinta dagli alimentari i cui prezzi dal 2006 sono cresciuti del 48%. Schiacciata tra incudine e martello, la politica deve compiere delle scelte: ''La risposta non puo' essere la stessa per tutti, in quanto in alcune aree il rischio rallentamento e' piu' pesante di quanto lo sia l'inflazione in altre''. E proprio alle prese fra inflazione e crescita in rallentamento si trova anche la Bce che, in rispetto del suo mandato, ha lasciato oggi i tassi di interesse invariati al 4%, nonostante l'osservazione del Fmi sulla presenza di spazio per ridurre il costo del denaro in vista di un calo dei prezzi sotto il 2% nel 2009. La crisi dei mutui subprime, all'origine delle difficolta' economiche e la piu' dura dagli anni '30, e' stata affrontata in modo adeguato dalle banche centrali, ''tutte non solo la Fed e la Bce. La crisi e' di un nuovo genere quindi trovare delle risposte adatte e' piu' difficile, soprattutto se si tratta di prenderle rapidamente, ma lo hanno fatto bene anche se in modo diverso. E questo e' dovuto al diverso approccio storico che divide i due lati dell'Atlantico su inflazione, credito e vigilanza'', osserva il direttore generale del Fmi, invitando le banche centrali a perseguire una maggiore convergenza. L'attuale crisi dovrebbe far riflettere sulla possibilita' di ''interventi standardizzati'' che faciliterebbero la comprensione da parte del mercato, al quale verrebbe ''inviato un segnale piu' chiaro''. Strass-Kahn si e' infine soffermato sul 'cambio di look' in corso al Fmi per renderlo un'istituzione al passo con i tempi. Durante i suoi primi sei mesi alla guida del Fondo, il board ha approvato la riforma delle quote e dei diritti di voto, concedendo maggiore peso ai paesi emergenti e in via di sviluppo. ''Si tratta di un primo passo, dobbiamo andare avanti'' ha sottolineato, ricordando che il board ha dato anche il proprio via libera alla riforma del modello di entrate e di spese, che prevede un taglio del personale dell'ordine del 15% e la vendita di 404 tonnellate di oro per 11 miliardi di dollari. Strass-Kahn ha quindi delineato un Fmi piu' moderno, piu' snello ed efficiente che fra i suoi primi compiti, come dimostra la stretta collaborazione con Financial Stability Forum, ha quello della stabilita' economica e finanziaria.

mercoledì 9 aprile 2008

BCE: TRICHET DICE NO A FMI E DOMANI LASCIA TASSI FERMI - ANSA

FRANCOFORTE, 9 APR - L'inflazione record di Eurolandia e' destinata a raffreddarsi, e ''la Banca centrale europea puo' permettersi di ammorbidire la propria politica monetaria''. A dirlo non e' uno dei dei governi dei Quindici nell'ennesimo appello all'Eurotower affinche' fermi l'avanzata dell'euro, ma il Fondo monetario internazionale. Eppure, nonostante l'istituzione di Washington sia tornata oggi a fare la sua parte per convincere Jean-Claude Trichet ad essere meno rigoroso nella lotta all'inflazione - che a marzo era al livello record del 3,5% e che il petrolio sopra i 111 dollari continuera' a infiammare - nulla lascia presagire che domani i banchieri dell'Eurotower cambieranno idea e decidano di ridurre il costo del denaro di Eurolandia. . Infatti secondo la totalita' de 68 economisti sentiti in un sondaggio dalla Bloomberg, domani il board della Bce guidato da Trichet lascera' il tasso principale di Eurolandia al 4%, livello cui e' inchiodato dallo scorso giugno e che rappresenta il massimo degli ultimi sei anni. Il taglio, tanto atteso da molte imprese esportatrici della regione, arrivera' probabilmente nella seconda parte dell'anno, e secondo gli economisti i tassi si ridurranno solo al 3,50% entro dicembre. E anche dalla conferenza stampa pomeridiana di Trichet, dopo la decisione sui tassi, invece di toni da 'colomba', gli economisti si attendono un atteggiamento ancora da 'falco'. Trichet magari notera' il dilemma - comune anche agli Usa - posto dalla situazione di bassa crescita accompagnata ad un'elevata inflazione a causa del petrolio record e dei prezzi roventi di molti prodotti alimentari. Ma per utilizzare gli spazi di manovra di cui parla il Fondo monetario c'e' ancora qualche mese. ''Nonostante l'inflazione elevata - e' la valutazione degli economisti del Fmi per Eurolandia - le stime indicano un ritorno dei prezzi sotto il 2% nel 2009''. E anche se quest'anno l'inflazione si manterra' in media al 2,8%, quindi ben al di sopra della soglia limite del 2% posta dall'istituto di Francoforte, c'e' spazio per tagliare i tassi e sostenere cosi' la crescita del prodotto interno lordo, che quest'anno rallentera' all'1,4% secondo il Fondo monetario. Non e' la prima volta che il Fmi si sbilancia a favore delle 'colombe' della Bce, cioe' dei suoi esponenti che vorrebbero una politica meno rigorosa sul fronte dei prezzi e piu' attenta ai cambi (l'euro viaggia sopra 1,57, ad appena due centesimi dal record sul dollaro) e alla crescita. Soltanto lo scorso 20 marzo i tecnici di Washington avevano detto di apprezzare i tassi fermi, spiegando che pero' la Bce doveva tenersi pronta ad intervenire. Oggi si sono spinti un po' piu' in la', consapevoli delle nuove, pesanti stime sulle perdite potenziali della banche sul fronte del credito strutturato (quasi 1.000 miliardi di dollari) che coinvolgono anche le banche di Eurolandia, e della ormai conclamata recessione che sta colpendo gli Stati Uniti e che certamente zavorrera' l'economia globale.

Fmi: crescita mondiale rallenterà al 3,8% nel 2008

Secondo il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, la crescita economica mondiale rallenterà a +3,7% nel 2008 (-0,5% rispetto alle precedenti stime) e al +3,8% nel 2008 (-0,6% rispetto alle precedenti previsioni). "La nostra previsione di crescita rivista indica un progresso del 3,7%, in ribasso quindi al +4,9% del 2007, il che rappresenta un pronunciato rallentamento. Anche nel 2009 la crescita mondiale si manterrà sui livelli di quest'anno. Le condizioni del mercato finanziario continueranno a rimanere estremamente difficili fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza sull'ammontare delle perdite e fino a che le istituzioni finanziarie non avranno rimesso in ordine i bilanci. Le condizioni dei mercati finanziari si stabilizzeranno solo gradualmente nel corso del 2008 e del 2009, con gli standard di credito delle banche che continueranno a stringersi. I prezzi delle commodity resteranno sugli livelli elevati di fine 2007. La crisi del mercato finanziario, scoppiata lo scorso agosto, si è sviluppata come il maggiore shock finanziario dalla Grande Depressione, infliggendo pesanti danni al mercato e alle sue istituzioni. C'è il rischio che la stretta di credito si trasformi in credit crunch e questo potrebbe avere serie conseguenze per la crescita. L'espansione economica continua a perdere velocità nei paesi avanzati. I paesi emergenti, invece, per il momento sono stati meno toccati dalla crisi finanziaria, continuando a crescer a ritmo sostenuto, trainati da India e Cina. Segnali di un inizio del rallentamento dell'attività, comunque, cominciano a manifestarsi anche in queste aree. Le ripercussioni delle turbolenze si sono avute anche sui tassi di cambio, con il dollaro che si è rapidamente deprezzato dalla seconda metà del 2007" è scritto nel rapporto.

Usa: verbali Fed,esiste possibilità di severa contrazione per economia

Secondo quanto emerso dalla pubblicazione dei verbali della riunione della Fed del 18 marzo scorso, alcuni membri del comitato direttivo hanno evidenziato che esiste la possibilità di una "prolungata e severa" contrazione per l'economia. "L'ipotesi di una profonda recessione non può essere esclusa alla luce della minore disponibilità di credito e del continuo indebolimento del mercato immobiliare" è scritto nei verbali. In questo contesto la Banca Centrale ha deciso di tagliare i tassi di riferimento di tre quarti di punto portandoli al 2,25%. Due membri del comitato, Charles Plosser e Richard Fischer, si sono opposti a questa decisione; entrambi hanno votato a favore di una minore riduzione preoccupati dalle pressioni inflazionistiche. La Banca Centrale americana si trova quindi nella difficile posizione di stimolare la crescita economica (e questo richiede riduzioni del costo del denaro) e di contrastare le pressioni inflazionistiche (che invece richiede aumenti del costo del denaro).


MUTUI:FMI;QUASI 1.000 MILIARDI PERDITE,MERCATO PEGGIORA

La crisi originata dai mutui subprime Usa potrebbe arrivare a costare globalmente fino a quasi 1.000 miliardi di dollari: servono interventi rapidi e incisivi per attaccare le cause alla base delle attuali turbolenze. L'allarme e' del Fondo Monetario Internazionale che, rivolto a Wall Street, avverte: ''C'e' stato un nuovo deterioramento del credito,che si sta muovendo su altre categorie di prodotto. La crisi non e' ancora superata''. Il Global Financial Stability Report del Fondo traccia cosi' un quadro fosco dell'attuale crisi, paragonata a quella giapponese degli anni '90, e lascia la porta aperta a ulteriori possibili svalutazioni e default. Le banche pagheranno il prezzo piu' caro delle turbolenze con svalutazioni comprese fra i 440 e i 510 miliardi di dollari. ''Dalla meta' dello scorso mese gli istituti americani hanno iniziato a rendere note le loro perdite, le banche europee stanno cominciando solo ora''. Complessivamente, pero', le perdite globali, in base ai dati disponibili fino a marzo, rischiano di raggiungere i 945 miliardi di dollari, una cifra quindi piu' che doppia rispetto ai 400 miliardi stimati lo scorso febbraio dal presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Junker. Dei quasi mille miliardi di perdite, 565 miliardi sono legate al mercato immobiliare residenziale, 240 miliardi al mercato immobiliare commerciale, mentre le perdite sui prestiti ad aziende e consumatori si attesteranno rispettivamente a 120 e 20 miliardi di dollari. ''C'e' stato un collettivo fallimento nel prevedere i rischi sui mercati'', osserva il responsabile del Global Financial Stability Report del Fmi, Jamie Caruana, denunciando che lo choc americano dei subprime si sta ampliando con un significativo rallentamento economico. La soluzione della crisi passa per gli interventi delle istituzioni finanziarie e delle autorita' politiche e monetarie. La priorita' per i governi e' quella di avviare misure a tutto campo per ''limitare la durata e la gravita' della crisi. Azioni volte a ridurre l'incertezza e ripristinare la fiducia devono essere una priorita''', sottolinea il Fmi, invitando i governi a tenersi aperti a ''tutte le opzioni''. ''Nell'immediato e' necessario che la politica reagisca per ridurre i rischi di un aggiustamento ancora piu' doloroso, preparando interventi e misure correttive volte ad attaccare le cause delle attuali turbolenze'', spiega il Fondo. Le politiche macroeconomiche, per l'Fmi, devono essere le prime linee di difesa, ma devono ''ampliare il proprio raggio d'azione'' per arginare i rischi di un rallentamento economico. Le banche e le istituzioni finanziarie devono invece - secondo la ricetta del Fmi - mettere velocemente a posto i propri bilanci, ricorrendo a svalutazioni ''per fare pulizia'' e ad aumenti di capitale. I fondi sovrani hanno gia' portato capitali freschi ma potrebbero servire ulteriori iniezioni di liquidita': ''I fondi sovrani possono aiutare la stabilita' del sistema, ma pongono dei problemi di trasparenza. Su questo tema noi siamo impegnati in prima linea'', afferma Caruana. Oltre alla pulizia, pero', le istituzioni finanziarie devono puntare di piu' sulla trasparenza e sulla comunicazione delle proprie esposizioni. Andrebbe ripensato anche il modello di rating. Pur apprezzando gli interventi ''senza precedenti'' delle banche centrali a sostegno della liquidita' e con l'obiettivo di smorzare le tensioni sul mercato interbancario, il Fondo constata come gli istituti dovrebbero spingere verso una maggiore convergenza e ripensare i meccanismi di concessione del credito. In particolare, dovrebbero fissare dei principi di valutazione delle garanzie per evitare i rischi di rarefazione del credito e di liquidita'. Dovrebbero inoltre puntare a costituire, ''nei periodi di normalita''', una platea di controparti bancarie ammesse a ricevere liquidita' nei periodi difficili. E' inoltre auspicabile che le banche centrali abbiano accesso alle informazioni sulle diverse banche per poter cosi' valutare in tutta indipendenza la salute delle potenziali controparti.


martedì 8 aprile 2008

Compilation


lunedì 7 aprile 2008

Dollaro: Le banche centrali dettano l'equilibrio della paura

Il momento della verità è arrivato il 12 marzo, quando all'asta delle Treasury notes americane gli acquirenti privati stranieri sono semi-scomparsi. Troppo bassi i rendimenti sul dollaro. Troppo incerti i tempi della crisi. Troppo forte il rischio che gli Stati Uniti, con davanti due strade per risanare Wall Street, la nazionalizzazione delle perdite o l'inflazione cioè lo sgonfiamento del debito (e del dollaro), scelgano un mix delle due, come sta avvenendo.
Tuttavia le banche centrali, soprattutto alcune banche centrali di Paesi emergenti già strapiene di dollari, hanno continuato ad acquistare, mantenendo al dollaro con una quota del 64% il livello di un anno fa come moneta di riserva globale, con l'euro stabile al 26 per cento. Malgrado la debolezza del cambio, il dollaro resta il perno delle riserve.

Nonostante la fuga degli acquirenti privati, i due miliardi e passa di dollari che gli Stati Uniti devono trovare sul mercato mondiale ogni giorno per finanziare un sistema che da oltre 20 anni spende e si indebita in eccesso hanno continuato e continuano ad arrivare. Il messaggio tuttavia è chiaro: in mesi di stretta creditizia anche il Grande debitore americano ha difficoltà a finanziarsi, come succede ai privati, e trova al momento spazio essenzialmente fra i creditori sovereign. Questi hanno interesse non solo a mantenere competitiva la loro moneta su quella degli Stati Uniti, cruciale mercato di sbocco del l'export. Ma anche ad evitare perdite sul capitale che deriverebbero da un ulteriore indebolimento del cambio del dollaro, valuta di cui sono pieni, e che quindi non vendono se non con cautela (per un caso estremo, si veda il box sul Golfo Persico).

«In questo momento gli Stati Uniti si finanziano solo grazie alle banche centrali straniere», osserva Brad Setser del Council on Foreign relations di New York. Partendo dagli ultimi International capital data rilasciati dal Tesoro americano il 17 marzo, Setser osserva come a gennaio le banche centrali e i Fondi sovrani abbiano acquistato 75,5 miliardi di dollari, il che fa un ritmo di 900 su base annua. La caduta degli afflussi privati netti dall'estero è invece netta: dai 466 miliardi del primo trimestre 2007 ai 238 del terzo trimestre (la crisi è esplosa sui mercati il 9 agosto) ai 195 miliardi del quarto trimestre, al tonfo di gennaio. Mentre è continuata decisa la marcia delle banche centrali, che avevano a fine 2007 riserve complessive per 6.400 miliardi di dollari (1.600 miliardi dieci anni fa, sono quadruplicate) e di questi il 64% cioè oltre 4000 in dollari, e l'equivalente di circa 1.660 in euro. Gli acquisti del gennaio 2008 hanno visto tuttavia notevoli spostamenti.

La Cina ad esempio ha sottoscritto a gennaio 15 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, più investimenti a breve, ma a differenza del recente passato nessuna obbligazione delle Agenzie, come sono chiamate Fannie Mae e Freddie Mack, le due mega finanziarie immobiliari semipubbliche cui Washington ha affidato il difficile (sono sottocapitalizzate e il compito è un'incognita) incarico di salvare il fronte mutui.

L'accumulo di riserve globale è stato nel mondo equivalente a 1.330 miliardi di dollari in un anno, e di questi 960 miliardi sono stati dollari, calcolando 75 miliardi di assets sauditi non iscritti come riserve e 70 miliardi delle banche statali cinesi e della China investment corporation, il Fondo sovrano di Pechino. Le riserve cinesi sono al primo posto con circa 1.590 miliardi di dollari complessivi a fine gennaio contro i 1.530 di fine dicembre.

Sui destini del dollaro esistono varie teorie, ma le più accreditate partono sempre dal principio che la fine del dollaro come moneta internazionale di riferimento è ed è stata anche in passato ingenuamente troppo anticipata. «Il ruolo del dollaro come unità di conto e mezzo di scambio è ben tutelato, ha perso e sta perdendo qualche posizione come riserva di valore, come store of value», dice Stephen Jen, capo economista monetario di Morgan Stanley. Ed è questo indebolimento come riserva di ricchezza che probabilmente costerà al dollaro qualche posizione come valuta internazionale, a favore dell'euro, quando l'attuale crisi sarà superata e la Federal reserve, per bloccare l'inflazione, alzerà risolutamente i tassi.

Impossibile anticipare quando, forse il tempo è vicino forse relativamente lontano, dipende dalle mine vaganti che la crisi di subprime, derivati e la fine del grande indebitamento hanno disseminato. E quindi dalla necessità di assicurare liquidità anche attraverso i tassi che la Fed, presieduta da Ben Bernanke, ha portato dal 5,25% a luglio all'attuale 2,25% nominale. Chi ha i forzieri pieni di dollari - non solo banche centrali, anche fondi pensione e altro - aspetta per ora che tutto questo passi. Un tempo, con i cambi di Bretton Woods, le banche centrali europee che di dollari si erano riempite a partire dagli ultimi anni 50 mettevano la valuta all'incasso e chiedevano oro. Poi nel '68 lo sportello fu chiuso e nel 71 saltò il sistema. Oggi non resta che attendere. Una corsa all'euro sarebbe per molti masochista, facendo crollare il dollaro. Il circuito del dollaro, per ora, è forzoso. Un equilibrio monetario della paura.

venerdì 4 aprile 2008

Fondo Monetario Internazionale: "La crescita economica mondiale rallenterà"

NEW YORK, 3 apr - La crescita economica mondiale rallentera': le prospettive si sono indebolite negli ultimi mesi e ci sono rischi al ribasso, che vengono soprattutto dai mercati finanziari. La crisi dei mutui subprime, alla base delle turbolenze, va fronteggiata da regolatori e banche centrali, che nell'assumere le proprie decisioni devono tenere in maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case. Pur senza parlare di recessione, parola accuratamente evitata nel corso della conferenza stampa, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Simon Johnson, mette in evidenza le difficolta' della congiuntura economica da ambo i lati dell'Atlantico e nelle economie in via di sviluppo dove, pur rimanendo sostenuta, la crescita economica da' segni di indebolimento. ''Le prospettive economiche si sono indebolite. Il rallentamento e' un problema serio non limitato agli Stati Uniti ne' tanto meno al solo mercato immobiliare'', ha spiegato Johnson, nel corso della presentazione dei capitoli analitici del World Economic Outlook (Weo). ''In Europa ci aspettiamo una crescita piu' bassa alla luce del rallentamento americano ha aggiunto nel corso della conferenza stampa di presentazione dei capitoli analisti del Weo -. L'Europa Occidentale e' piu' vulnerabile agli effetti della profonda crisi del mercato del credito negli Usa. Inoltre una possibile correzione in alcuni mercati nazionali potrebbe pesare sulla fiducia dei consumatori e sui consumi''. Per quanto riguarda l'economia americana, per la quale il Fmi dovrebbe rivedere drasticamente le stime 2008 (dall'1,5% al +0,5% secondo le indiscrezioni pubblicate) l'economia a stelle e a strisce e' giunta ad un ''punto di stallo'': ''Ci aspettiamo una debolezza ulteriore nei prossimi mesi dovuta a un' intensificazione dei problemi sia nel mercato immobiliare che del credito''. Il principale rischio al ribasso per l'economia globale sono i mercati finanziari, segnala Johnson incitando le banche centrali a tenere in maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case, visto che proprio il mercato immobiliare, con i subprime, e' alla base delle recenti turbolenze. La politica monetaria deve prestare maggiore attenzione all'andamento dei prezzi delle case e deve rispondere in modo ''aggressivo agli shock finanziari che vanno a colpire il credito disponibile'' nei paesi che hanno un mercato ipotecario sviluppato, come gli Usa. La stabilita' economica puo' essere migliorata da una politica monetaria che risponde prontamente alle variazioni dei prezzi delle case, oltre che all'inflazione e alla produzione. La politica monetaria - spiega il Fondo - deve tenere in considerazione nel prendere le proprie decisioni l'aumento dei prezzi delle case che, pur non dovendo diventare un target, deve essere visto come ''uno dei tanti elementi'' da vagliare, insieme all'inflazione e alla produzione, ''nel calcolare i rischi per le prospettive economiche''. La politica monetaria, comunque, ''non puo' essere lasciata sola a rispondere ai movimenti dei prezzi delle case. I regolatori in quest'ottica hanno un ruolo critico''. 

FED: Possibile contrazione dell'economia in seguito alle incertezze sui tassi

Il presidente della Fed di San Francisco, Janet Yellen, ha dichiarato che l'economia americana potrebbe registrare una contrazione nella prima metà dell'anno. Per quanto riguarda il futuro andamento dei tassi, la Yellen ha detto che c'è grande incertezza sulle prossime mosse della Fed. "C'è il rischio che i nostri tentativi di rilanciare la crescita economica possano causare tra gli operatori aspettative di inflazione elevata, compromettendo così la nostra credibilità. I tassi sono attualmente accomodanti" ha aggiunto la Yellen. Nei giorni scorsi il presidente Ben Bernanke ha detto che i prossimi interventi sul costo del denaro saranno legati all'evoluzione della situazione economica e che la Fed è attenta sia alla crescita dell'economica che al contenimento dell'inflazione

giovedì 3 aprile 2008

ALITALIA: CRISI DELLE TRATTATIVE

ROMA, 2 APR - La proposta dei sindacati e' inaccettabile: Air France sbatte la porta e il rischio fallimento per la compagnia di bandiera diventa quasi una certezza, cosi' come ha annunciato il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa in audizione alla Camera. Il presidente del Consiglio Romano Prodi, che si trova a Bucarest per il vertice Nato, stavolta non usa mezzi termini: ''Rompere e' stato un grande errore dei sindacati. E ora se ne devono assumere la responsabilita'''. Non solo, il Professore mette da parte l'aplomb istituzionale e attacca Silvio Berlusconi: ''E' chiaro che tutte le ipotesi, tutte le idee di fantomatiche cordate e di proposte di novita', se c'erano, ora saltino fuori''. I riflettori ora sono puntati su Silvio Berlusconi, dunque. Che pero', al rientro da un comizio ad Ancona, sceglie di non commentare. Prodi difende la scelta fatta: ''Mi dispiace perche' era una trattativa seria, fondata sui fatti, una trattativa che dava in prospettiva una buona riuscita all'Alitalia di vita e di ripresa di cui avevamo bisogno''. Ora pero' ''siamo vicini alla rottura, o molto vicini alla rottura'', ammette. E il governo puo' fare poco a questo punto, replica a chi gli chiede se ci sara' un Consiglio dei ministri straordinario. Sembra dunque difficile che l'auspicio di Walter Veltroni per una ripresa della trattativa possa trovare soddisfazione. Dura comunque la presa di posizione del candidato premier del Pd: ''Cessino le interferenze elettorali - attacca senza citare direttamente Berlusconi - Gli annunci sconsiderati e le dichiarate manifestazioni di ostilita' hanno fatto interrompere la trattativa fra Air France e sindacati''. Alitalia, ammette con amarezza Maurizio Prato poco prima di rassegnare le dimissioni, sembra colpita da una maledizione. Altro che cordate italiane, per uscirne - dice l'ex Ad - ci vorrebbe un esorcista. Ora comunque le redini sono nelle mani dell'azionista - sottolinea il portavoce del governo Silvio Sircana - e quindi del Tesoro. Certo, nessuno si aspettava e tanto meno augurava il precipitare degli eventi. La speranza del governo era di poter evitare uno scenario simile. Ora non resta che procedere passo dopo passo, con molta cautela. Aspettando le determinazioni ufficiali dei Cda di Air France e Alitalia. Chi non sembra aver perso tutte le speranze e' il ministro degli Esteri Massimo D'Alema: spera, dice, che il dialogo possa essere ripreso, nell'interesse dei lavoratori; anche perche', aggiunge, ''le fantomatiche cordate che sarebbero benvenute se ci fossero non sono ancora apparse''. E c'e' chi come il ministro del Prc Paolo Ferrero approfitta dell'occasione per fare un po' di polemica: ''Ora ha il dovere - afferma - di rendere pubblica la consistenza della cordata italiana da lui annunciata da giorni''. Cavaliere che appunto pero' preferisce chiudersi nel riserbo, anche se in mattinata aveva ribadito le proprie posizioni: l'auspicio resta quello che la compagnia di bandiera non sia ceduta e la promessa quella di rilanciare la cordata italiana non appena varcato il portone di Palazzo Chigi. Lo stop alla trattativa intanto piace alla Lega: ''Un'ottima notizia'', commenta Roberto Maroni. ''Adesso, se questa situazione sara' confermata, si potra' aprire la trattativa ad altre cordate - aggiunge - oppure usare la legge Marzano, come per Parmalat''. E c'e' anche chi nel Pdl, come Maurizio Lupi (Pdl), torna a chiedere un prestito ponte del Tesoro. Peccato che Padoa-Schioppa abbia legato questa possibilita' al proseguimento della trattativa di Air France. Ora la palla sta alle aziende, Alitalia e Air France, all'azionista ministero dell'Economia che dovra' prendere le sue decisioni. Ma anche a Berlusconi, che deve fare i conti con la rottura della trattativa, a sorpresa anche per lui, e rispondere all'attesa creata dall'annuncio della cordata italiana nel pieno della campagna elettorale.

USA:BERNANKE;RECESSIONE POSSIBILE, PRONTI A INTERVENIRE

NEW YORK, 2 apr - Ben Bernanke ammette per la prima volta che una recessione negli Usa ''e' possibile''. Davanti al Congresso il presidente della Fed traccia un quadro non proprio confortante delle prospettive dell'economia americana: ''Appare probabile che il prodotto interno lordo non crescera' molto, sempre che cresca, e potrebbe anche contrarsi leggermente nella prima meta' del 2008''. La Fed e' comunque pronta ad agire con gli strumenti e sua disposizione per aiutare l'economia: memore della Grande Depressione, di cui ''abbiamo imparato la lezione'', ''facciamo del nostro meglio per supportare il mercato e l'economia. Abbiamo ancora delle munizioni monetarie''. L'economia appare, al momento, in ''lieve crescita'' e ''non siamo ancora in grado di dire se ci troveremo ad affrontare'' una recessione, afferma Bernanke, sottolineando il termine recessione e' tecnico determinato dal National Bureau of Economic Research, un gruppo di accademici economisti che monitorano la crescita e, che di solito, e' in grado di determinare una recessione mesi dopo che il rallentamento e' iniziato. ''Potrebbe - aggiunge - non esserci una recessione anche se l'economia si contrae''. Secondo molti economisti si può parlare di recessione quando l'economia si contrae per due trimestri consecutivi. ''E' evidente che l'economia americana sta attraversando un periodo molto difficile'', osserva mettendo in evidenza i consumi deboli e che le previsioni di un'ulteriore contrazione del settore delle costruzioni. Piu' a lungo termine, pero', Bernanke sembra ottimista, nonostante l'elevato grado di incertezza sulle previsioni dovuta alle incertezze sui mercati finanziari. ''L'attivita' economica dovrebbe rafforzarsi nel secondo semestre, grazie agli interventi di politica monetaria e quelli decisi dall'amministrazione, per poi tornare a crescere al suo tasso di lungo termine nel 2009'' precisa, riferendosi al piano di rilancio da 168 miliardi varato dal governo Bush e al ripetuto taglio dei tassi di interesse deciso dalla stessa banca centrale. Per supportare l'economia, alle prese con la crisi finanziaria e immobiliare, la Fed e' pronta ad intervenire, come ha gia' dimostrato nelle ultime settimane. ''Abbiamo dato un importante contributo e abbiamo ancora delle munizioni monetarie''. ''Lavoriamo - precisa - per stabilizzare l'economia e il sistema finanziario. Stiamo facendo del nostro meglio per determinare il livello di tassi di interesse in grado di promuovere la stabilita' dei prezzi e dei mercati'', che sono ancora sottoposti a un ''notevole stress''. Nessuna nuova crisi come Bear Stearns all'orizzonte, afferma comunque Bernanke che difende l'operato della Fed nel salvataggio della banca d'affari: senza l'intervento della banca centrale - aggiunge - Bear Stearns sarebbe ricorsa al Chapter 11 e le conseguenze sull'economia sarebbero state peggiori. ''Abbiamo fatto quanto necessario per preservare la stabilita' del sistema'' osserva, non escludendo la possibilita' di un pressing della Fed per spingere banche e istituzioni finanziarie a rafforzare il proprio capitale. Secondo il Fmi, la crisi finanziaria che gli Stati Uniti stanno affrontando e' la peggiore dagli anni '30, quelli della Grande Depressione, e sta avendo conseguenze pesanti sull'economia mondiale, che quest'anno dovrebbe espandersi, in base alle previsioni contenute in una bozza dell'outlook che il Fmi presentera' la prossima settimana, solo del +3,7% , il tasso piu' lento dal 2002. Il segretario al Tesoro americano, Henry Paulson, pur ammettendo un ''forte rallentamento'', ritiene le stime del Fmi sulla crisi ''esagerate''.

venerdì 21 marzo 2008

Crisi Subprime

CRISI SUBPRIME - La crisi dei subprime ha provocato un'altra vittima illustre, dopo Northern Rock e Socgen.

Il fondo Carlyle Capital quotato in Olanda, è crollato del 70% per non aver trovato in extremis un accordo con i creditori.

Il fondo "specializzato" in bonds ha investito gran parte delle risorse in obbligazioni con rating tripla A emessi da Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie semigovernative americane impegnate nei finanziamenti al mercato immobiliare.

Il fondo fa capo a una delle più grandi società di private equity  al mondo, l'americana Carlyle che gestisce circa 76 miliardi di dollari attraverso circa 55 fondi specializzati.

I creditori del fondo probabilmente entreranno in possesso degli asset rimasti in portafoglio, ovviamente a valutazioni molto inferiori rispetto alle quotazioni iniziali. Già da qualche giorno il fondo aveva ricevuto appelli per reintegrare i margini di garanzia per oltre 400 milioni di dollari.

La storia di Carlyle Capital è sintomatica per capire meglio il castello di sabbia costruito sul boom del mercato immobiliare americano. Il fondo ha investito a leva i  670 millioni di dollari raccolti per comprare un portafoglio da sottostanti 21,7 miliardi di dollari in residential mortgage-backed securities, ovvero una cifra pari a 32 volte il suo capitale iniziale.

Quotato in Borsa nel luglio 2007, quando ormai il mercato era stra-maturo, il fondo ha segnato in avvio quotazioni intorno ai 20 dollari per poi finire stamattina sotto 1 dollaro: -96% in 9 mesi, un bel record per una matricola.

Giusto un paio di settimane fa il Ceo John Stomber aveva detto che il fondo "potrà e andrà meglio dopo le difficoltà del 2007".  Amen!



Chiusura Borse Europee 20/03/2008

Si è chiusa un'altra giornata difficile per le Borse europee, ancora una volta alle prese con gli effetti della crisi del mercato del credito dopo il warning lanciato da Credit Suisse sui risultati del primo trimestre: a Milano il Mibtel ha perso l'1,47%, a Francoforte il Dax ha archiviato un -0,65%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -0,91% e a Parigi il Cac40 ha ceduto lo 0,49%. I listini del Vecchio Continente sono riusciti a ridurre le perdite nel pomeriggio sfruttando il rialzo di Wall Street innescato dal miglioramento dell'indice Fed di Philadelphia relativo al mese di marzo (il dato resta comunque ampiamente sotto lo zero) che ha fatto passare in secondo piano le deludenti statistiche sul mercato del lavoro Usa (le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono salite a 378 mila unità). Oltre ai soliti bancari, sono stati i minerari a catalizzare l'attenzione degli operatori: la rapida discesa delle quotazioni del greggio (si è portato sotto i 100 USD al barile a New York), alimentata sia dal recupero del dollaro rispetto alle principali valute sia dalle probabili prese di beneficio dei fondi dopo i recenti record, ha favorito le vendite dei titoli del settore. A Piazza Affari Eni ha perso il 3,74%, Saipem il 2,27%, Snam RG il 5,91% e Tenaris il 2,01%. In attesa degli sviluppi sull'offerta di Air France-Klm, Alitalia è stata al centro della speculazione. Le pressioni del mondo politico per trovare un'alternativa alla proposta dei francesi hanno messo le ali al titolo (+12%); questo nonostante la società si trovi attualmente in una situazione finanziaria estremamente difficile che richiede un intervento immediato per evitare il peggio. Hanno chiuso contrastati i bancari: Unicredit e Banco Popolare hanno perso rispettivamente il 4,48% e il 4,08%, mentre Intesa Sanpaolo ha messo a segno un +2,19% dopo avere confermato il dividendo di 0,38 euro in occasione della presentazione dei conti del 2007 (agli attuali prezzi il rendimento è di quasi il 10%). Il gruppo manterrà la stessa politica anche nel 2008. Hanno perso nuovamente terreno Seat PG (-1,01%), Telecom Italia (-2,65%), Lottomatica (-3,77%) e Autogrill (-3,89%) a causa dei timori legati all'elevato indebitamento. Sul mercato valutario è proseguito il ritracciamento dell'euro contro il dollaro; il cambio è sceso anche sotto quota 1,54.

martedì 18 marzo 2008

Fallisce BEAR STEARNS la più piccola tra le grandi investment bank degli Stati Uniti.

BEAR STEARNS non ce l'ha fatta. La più piccola fra le grandi investment bank degli Stati Uniti ha dovuto arrendersi all'evidenza dei fatti: la crisi subprime l'ha travolta e dopo 85 anni di onorato servizio, l'istituto, per non fallire, si è lasciato acquisire dal concorrente Jp Morgan al poco onorevole prezzo di 2 dollari per azione, contro i 30 dollari della chiusura di venerdì e contro i 160 dollari di un anno fa.

Le previsioni di Ben Bernanke sono state rispettate: alcune banche potrebbero fallire, aveva detto il numero uno della Fed e ieri il primo birillo del sistema bancario americano è caduto. E ora i timori sono che si inneschi un vero e proprio effetto domino con altri istituti massacrati dalla crisi dei mutui subprime.

A salvare Bear Stearns sarà Jp Morgan, che ha colto al volo un'occasione irripetibile e da non perdere: con circa 240 milioni di dollari si è portata a casa una banca che in Borsa capitalizzava (venerdì) poco più di 4 miliardi di dollari. Solo il primo dicembre del 2007 le azioni avevano toccato un prezzo massimo di 171,51 dollari. Certo, è tutta da vedere la qualità dell'attivo, ma Jp Morgan ha già annunciato che si farà carico di ogni magagna che troverà all'interno della banca, accollandosi anche eventuali contenziosi legali.

La cronaca della capitolazione di Bear Stearns ha quasi del surreale. Solo lunedì scorso, con il titolo in forte calo, l'ad Alan Schwartz aveva negato con forza che la banca potesse incorrere in problemi di liquidità, rivendicando la solidità dell'istituto che, in fondo, dall'inizio della crisi subprime, aveva operato svalutazioni "solo" per 2,6 miliardi di dollari.

Passano quattro giorni e la bomba scoppia a Wall Street: con un comunicato lapidario, Bear Stearns afferma che nelle ultime 24 ore la liquidità della banca si è fortemente deteriorata. Corrono in aiuto la Fed di New York e Jp Morgan, immettono liquidità e tamponano la situazione. Fino all'acquisizione, approvata domenica dai board di entrambe le banche.

L'acquisizione avverrà carta contro carta attraverso un concambio fissato in un'azione Bear Stearns contro 0,05473 azioni di Jp Morgan: un'operazione che non intaccherà la liquidità della banca e porterà a Jp Morgan circa 1 miliardo di dollari di utili aggiuntivi quando l'integrazione sarà portata a termine.

Secondo le stime fornite dalla banca Usa, Bear Stearns ha un'esposizione lorda complessiva al settore dei mutui di 33 miliardi di dollari, che scende a 13 miliardi netti considerando 20 miliardi di dollari di non-recourse-facility, ovvero crediti in cui il rischio non incombe sulla banca. Oltre a questi, figurano in bilancio fondi a leva e impegni non coperti per quasi 9 miliardi di dollari.

Il collasso di Bear Stearns sta mettendo in allarme tutto il settore creditizio: il presidente di Lehman Brothers, Richard Fuld, è rientrato in anticipo a New York da un viaggio in India e i timori che la crisi non si fermi qui continuano a crescere. In fondo, Bernanke, l'aveva detto. E questa sarà la settimana della verità con i conti delle altre grandi investment bank di Wall Street: Lehman Brothers, Goldman Sachs, Merrill Lynch e Morgan Stanley. Intanto, i cinque grandi si sono ridotti a quattro.

Chiusure Borse Usa - 17/03/2008

Si è chiusa una seduta estremamente volatile per Wall Street, condizionata ancora una volta dalla situazione sempre più tesa del mercato del credito. Il collasso di Carlyle Capital e di Bear Stearns (quest'ultima salvata dall'intervento della Banca Centrale e di JP Morgan) ha scatenato il panico tra gli operatori che non escludono la possibilità che altre banche possano trovarsi nella stesse condizioni (i riflettori sono stati puntati soprattutto su Lehman Brothers). L'intervento straordinario effettuato dalla Fed nel week-end, che ha tagliato il tasso di sconto (quello applicato alle banche che prendono direttamente denaro in prestito dalla Federal Reserve) di 25 pb portandolo al 3,25% e ampliato il ventaglio degli operatori che possono chiedere prestiti ad essa includendo anche le banche d'investimento, da un lato ha evidenziato che la Banca Centrale americana è pronta ad intervenire per evitare il peggio, ma dall'altro ha confermato la gravità della crisi del mercato del credito. Le deludenti indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico (l'indice Fed di New York a marzo è sceso a -22,2 punti e la produzione industriale a febbraio ha segnato un calo dello 0,5%) hanno rafforzato i timori legati allo stato di salute dell'economia statunitense e aumentato le probabilità di un maxi taglio del tasso di riferimento (attualmente pari al 3%) nella riunione che la Federal Reserve terrà questa sera (molti operatori si aspettano una riduzione di un punto percentuale). Queste attese hanno permesso agli indici di recuperare rispetto ai minimi di giornata: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,18% a 11.972,25 punti, il Nasdaq ha ceduto l'1,60% a 2.177,01 punti e lo S&P500 ha perso lo 0,90% a 1.276,60 punti. Gli spunti di maggiore interesse sono arrivati naturalmente dal comparto finanziario: Bear Stearns ha perso l'83,97% a 4,81 dollari dopo l'offerta d'acquisto da 2 dollari per azione lanciata da JP Morgan, che invece ha guadagnato il 10,32%. Sono state travolte dalle vendite anche Lehman Brothers (-19,13%), Morgan Stanley (-8,02%), Citigroup (-5,86%), Merrill Lynch (-5,36%) e Goldman Sachs (-3,72%). La prospettiva di una recessione per gli Usa si è fatta sentire sul settore auto: General Motors ha chiuso con un -7,23%. Non sono mancati anche i segni positivi. Tra i titoli che si sono mossi in evidenza spiccano Verizon (+2,34%), AT&T (+2,17%), Merck (+2,15%) e Johnson&Johnson (+2,22%).

lunedì 3 marzo 2008

CAMBI:SUPEREURO; ALLARME ROSSO UE, SIAMO PREOCCUPATI

Alla luce del nuovo record del supereuro - che ha sfondato quota 1,52 sul dollaro - l'Unione europea lancia l'allarme rosso. ''Adesso siamo preoccupati'', si afferma in una dichiarazione concordata al termine della riunione dell'Eurogruppo a Bruxelles. ''Non l'avevamo mai detto prima, e' la prima volta'', ha sottolineato il presidente dei ministri di Eurolandia, Jean-Claude Juncker, mettendo cosi' in evidenza la grande delicatezza del momento. I timori per l'euro forte sono stati condivisi anche dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e dal commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia. E il pressing sull'amministrazione Usa per un rafforzamento del dollaro si fa sempre piu' insistente. Come se non bastasse, l'inflazione di Eurolandia non accenna a diminuire, e a febbraio e' rimasta stabile al 3,2%, anche a causa del caro-petrolio che oggi ha raggiunto i 103,51 dollari al barile, massimo storico. Tutti segnali che - insieme alle preoccupazioni per una recessione dell'economia statunitense - gettano ombre inquietanti sulle prospettive di crescita dell'economia europea, gia' riviste al ribasso per il 2008. - IL MONITO DI EUROLANDIA. Nella dichiarazione sui cambi l'Eurogruppo sottolinea come ''i tassi devono sempre riflettere i fondamentali economici'' e come ''l'eccessiva volatilita' e i movimenti disordinati non vanno a vantaggio della crescita economica''. Per questo - ha spiegato Juncker - abbiamo sottolineato come ''in tali circostanze siamo preoccupati''. Anche perche' - ha aggiunto - ''i mercati continuano a reagire in modo esagerato all'evoluzione di breve termine dell'economia, mentre dovrebbero andare a vedere quali sono i fondamentali economici''. ''Resteremo comunque vigili'', ha concluso Juncker, ricordando quanto '''ripetuto regolarmente'' dalle autorita' statunitensi nelle ultime settimane. Cosi' come ha fatto Almunia: ''Nel caso del dollaro, le autorita' statunitensi hanno piu' volte affermato di essere favorevoli ad un biglietto verde forte''. E Trichet vorrebbe che a queste affermazioni seguissero comportamenti conseguenti: ''E' interesse degli Stati Uniti avere un dollaro forte'', ha detto il numero uno della Bce, per il quale ''vista la situazione, e' molto importante quello che e' stato detto e ribadito nei giorni scorsi dal segretario al Tesoro Usa Paulson e dal presidente Bush'', che hanno negato il rischio di recessione e si sono detti favorevoli ad un dollaro che si attesti su livelli adeguati allo stato dell'economia. Preoccupazioni sono state espresse anche dal presidente di turno dell'Ecofin, lo sloveno Andrej Bajuk. - TIMORI PER INFLAZIONE E CARO PETROLIO. L'Europa appare invece piu' ottimista sul fronte dell'inflazione e del caro-greggio, anche se i timori sono tanti. ''Abbiamo alcuni problemi - ha ribadito Almunia - soprattutto a causa del prezzo crescente del petrolio e delle materie prime . Ma secondo le nostre previsioni - ha rassicurato - l'inflazione tornera' a scendere'', molto probabilmente a partire dalla seconda meta' dell'anno, ha piu' volte spiegato il commissario Ue agli affari economici e monetari auspicando, pero', che non si verifichino i temuti ''effetti di secondo round'', come l'innescarsi di una spirale prezzi-salari. E' la stessa identica preoccupazione di Trichet, che non smette di lanciare appelli per la moderazione salariale, eliminando soprattutto gli automatismi e legando di piu' gli eventuali aumenti alla produttivita'. I tassi di interesse, comunque, al momento dovrebbero restare invariati, nonostante le pressioni che arrivano da piu' parti per un allentamento della politica monetaria. E in soccorso di Trichet contro i tanti detrattori e' venuto Almunia: ''La Bce sta dimostrando indipendenza e sta facendo un ottimo lavoro'', ha sottolineato il commissario Ue. - CASO LIECHTENSTEIN, BRUXELLES PRONTA AD AGIRE. Infine, e' approdato sul tavolo dell'Eurogruppo il caso Liechtenstein che verra' affrontato anche domani nella riunione dell'Ecofin. La Germania continua il suo pressing perche' si rafforzi a livello europeo la lotta alle frodi fiscali, partendo dalla modifica della direttiva Ue sulla tassazione dei risparmi delle persone fisiche, entrata in vigore nel 2005 ma dimostratasi inadeguata. Anche perche' non si applica alle societa' per azioni e alle fondazioni. '' Penso che tutti gli Stati europei dovrebbero essere interessati nel combattere in maniera piu' efficace le frodi fiscali'', ha detto il ministro tedesco dell'Economia, Peer Steinbrueck, ricordando come e' stata proprio la Germania a far venire alla luce lo scandalo dei conti segreti in Liechtenstein. ''La direttiva europea sulla tassazione dei risparmi - ha quindi spiegato Steinbrueck - puo' certamente essere una delle basi per andare avanti e puo' dare un importante contributo per incrementare le entrate fiscali degli Stati membri''. Da parte sua Bruxelles si dice pronta ad avanzare una sua proposta, se gli Stati membri glielo dovessero chiedere. ''Siamo pronti ad accelerare sul fronte della revisione della direttiva sulla tassazione dei risparmi - ha detto la portavoce del commissario Ue al fisco, Lazlo Kovacs - Noi abbiamo l'obbligo di preparare un rapporto per ottobre o novembre. Ma se durante la discussione al consiglio Ecofin gli Stati membri ci domanderanno di accelerare il processo, siamo pronti a farlo''. Ma a frenare sono soprattutto Belgio, Lussemburgo e Austria, gli unici Paesi dell'Ue in cui non si applicano le norme della direttiva.

giovedì 28 febbraio 2008

Chiusura Borse Europee - 28/02/2008

Chiusura negativa per i mercati azionari europei: a Milano il Mibtel ha perso l'1,22%, a Francoforte il Dax ha archiviato un -1,93%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -1,82% e a Parigi il Cac40 ha ceduto il 2,08%. I listini del Vecchio Continente hanno ampliato le perdite nelle ultime battute dopo che il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha detto di non potere escludere il fallimento di qualche banca negli Stati Uniti. Tali parole sommate alle nuove deludenti indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico americano (la crescita del Pil nel quarto trimestre è stata confermata allo 0,6% mentre gli analisti avevano previsto un +0,8% e le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono volate a 373 mila unità) hanno innescato pesanti vendite sulle principali Borse a partire dal settore finanziario. A Piazza Affari Intesa Sanpaolo ha perso il 2,66%, Unicredit l'1,75% e Bca Pop Milano l'1,83%. Si è mossa in controtendenza Unipol con un +2,77% grazie al positivo giudizio rilasciato da Goldman Sachs. La prospettiva di una recessione negli Stati Uniti, e in generale di un forte rallentamento dell'economia mondiale, ha penalizzato soprattutto le società i cui risultati sono maggiormente legati al ciclo economico: Fiat ha perso il 4%, Seat PG il 5,25%, Buzzi Unicem il 2,79%, Bulgari il 3,38%, Stm il 3,50% e Impregilo il 3,47%. Tra i telefonici i riflettori sono stati puntati su Tiscali che ha guadagnato il 2,02%: il cda ha nominato Mario Rosso amministratore delegato al posto di Tommaso Pompei affidandogli il compito di "esplorare le opzioni di ulteriore generazione di valore per gli azionisti connesse con il processo di consolidamento nel comparto delle telecomunicazioni in corso in Europa". Sul mercato valutario l'euro ha registrato un nuovo record rispetto al dollaro arrivando ad un passo da quota 1,52. L'andamento del cambio riflette le opposte attese degli operatori sull'evoluzione dei tassi d'interesse nella Zona Euro e negli Stati Uniti: la Bce ha fatto capire che lascerà i tassi fermi al 4% per contrastare l'accelerazione dell'inflazione, mentre il presidente della Fed ha ribadito che il principale pericolo per gli Stati Uniti è rappresentato dalla crescita debole e non dall'aumento dei prezzi, aprendo di fatto la porta a nuove riduzioni del costo del denaro (attualmente pari al 3%). La debolezza del dollaro ha alimentato gli acquisti sulle commodities: il petrolio a New York è tornato a testare i 102 dollari al barile e l'oro ha segnato un nuovo record superando i 970 dollari l'oncia.

mercoledì 27 febbraio 2008

La Federal Reserve pronta al taglio dei tassi per evitare il peggio

NEW YORK, 27 FEB - Lo stato di salute dell'economia americana preoccupa di piu' e la Federal Reserve si prepara a sforbiciare ancora i tassi d'interesse. E' il presidente Ben Bernanke a illustrare la congiuntura americana. L'inflazione, la crisi del mercato delle case, le incertezze sul fronte dell'occupazione e i timori sulla tenuta del credito sono i rischi che piu' minacciano la crescita degli Stati Uniti e, per evitare il peggio, Bernanke, dice che la Fed ''agira' in modo tempestivo sulla base delle necessita''' per salvaguardare l'economia. E che ''e' importante riconoscere il fatto che i rischi al ribasso dell'economia restano''. Valutazioni che rilanciano l'ipotesi che il 18 marzo, in occasione della prossima riunione del board monetario, il Fomc, l'istituto centrale Usa possa allentare di nuovo la stretta sui tassi. Almeno in base alle attese dei mercati che credono a Fed Funds in calo dello 0,5%, al 2,5%, in linea con lo scenario che coinciderebbe in sostanza con l'azzeramento del costo del denaro in rapporto all'andamento dell'inflazione cosiddetta 'core', quella depurata da cibo e petrolio. Una terapia d'urto, quindi, per scongiurare un ipotetico scenario di stagflazione, cioe' debole crescita accompagnata da rialzo dell'inflazione, o di recessione. Bernanke mette in guardia dalla dinamica dei prezzi, perlomeno di breve termine, confermando che c'e' allarme anche sul versante dell'inflazione. In piu', nel corso della sua attesa testimonianza semestrale alla commissione Servizi finanziari della Camera, il numero uno della Fed mette in chiaro che il 2008 per l'economia Usa si e' aperto all'insegna di sostanziale stallo, con la ''possibilita' che mercato immobiliare o mercato del lavoro si deteriorino piu' di quanto non sia adesso possibile prevedere e che le condizioni del credito possano irrigidirsi ancora di piu'''. Le compravendite di case nuove, a gennaio, segnano un calo del 2,8%%, al tasso annuo di 588.000 unita', contro attese medie degli analisti di contrazione dello 0,7%, a 600.000 unita'. ''Il settore immobiliare si avvicina al suo minimo'': dovrebbe pesare sull'economia ''nei prossimi trimestri'', dice Bernanke, insieme al comparto non residenziale che, se lo scorso hanno ha tenuto le posizioni, dovrebbe segnare ora ''una brusca frenata''. La spesa dei consumatori ''sembra avere un rallentamento significativo'' e i mercati finanziari rimangono sotto ''stress notevole''. Nelle sue previsioni economiche trimestrali diffuse la scorsa settimana, la Fed ha ribassato le stime di crescita del 2008 di 0,5 punti percentuali, alla forchetta di 1,3-2%, ben al di sotto di quanto atteso nel mese di luglio. Ogni aumento dell'inflazione ''complica la politica monetaria della Federal Reserve'', osserva ancora il presidente, anche alla luce di un dollaro fortemente indebolito. ''Seguiamo molto da vicino l'evoluzione delle sue quotazioni'', osserva nel giorno in cui la divisa Usa tocca il minimo storico contro l'euro (salito a quota 1,5144). Spiega che ''la Fed non ha target di riferimento'' e che la debolezza del dollaro influenza i prezzi del petrolio, ma ''fa pure aumentare le esportazioni''. Bernake dice di vedere ''una scarsa evidenza'' dell'abbandono da parte degli investitori istituzionali degli asset denominati nella moneta americana, mentre ''grossi problemi'' potrebbero esserci se i prezzi del petrolio continuassero a salire. ''Quotazioni al rialzo del greggio aumentano la spesa della bolletta energetica e surriscaldano l'inflazione'', anche se sottolinea di non prevede nel 2008 ''livelli di crescita come quelli registrati nel 2007''. Il petrolio, conclude Bernanke rispondendo a una domanda, si manterra' su ''livelli piu' moderati'', rispetto agli oltre 102 dollari segnati oggi.


Chiusura Borse 28/02/2008

Chiusura contrastata per i mercati azionari europei: a Milano il Mibtel ha guadagnato lo 0,11%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +0,17%, a Londra il Ftse100 ha perso lo 0,18% e a Parigi il Cac40 ha ceduto lo 0,09%. I listini azionari del Vecchio Continente sono riusciti ad azzerare le perdite nelle ultime battute dopo che Bernanke ha detto che la Fed agirà tempestivamente per sostenere l'economia americana. Tali dichiarazioni hanno rafforzato le attese di altri tagli dei tassi d'interesse negli Stati Uniti e spinto il cambio euro/USD sui massimi storici (è arrivato a testare quota 1,5150). L'indebolimento del dollaro ha avuto delle ripercussioni anche sui mercati delle materie prime, dove petrolio e oro hanno aggiornato i record storici. Il rally del greggio ha favorito gli acquisti sui titoli del settore. A Piazza Affari Erg ha guadagnato il 7,19% e Saipem l'1,49%. Tra gli energetici sono proseguiti gli acquisti su Terna (+2,41%) sulla scia degli ottimi risultati di bilancio conseguiti nel 2007. Rialzi interessanti sono stati registrati anche tra gli industriali: Fiat ha archiviato un +1,90% e Stm un +2,16%. Nonostante il dollaro debole Luxottica è riuscita a chiudere in forte rialzo (+2,52%): il titolo ha beneficiato del giudizio positivo rilasciato da Goldman Sachs. Pesanti vendite sono scattate invece su Geox (-14,50%): il mercato è rimasto deluso dalle previsioni sulla marginalità per il prossimo triennio. Dal fronte macroeconomico americano sono arrivati altri segnali negativi: le vendite di nuove case a gennaio si sono attestate sui minimi degli ultimi 13 anni e gli ordini di beni durevoli nello stesso mese sono diminuiti del 5,3%.

Chiusura Borse USA 27/02/2008

Nonostante le allarmanti indicazioni sullo stato di salute dell'economia statunitense (i prezzi alla produzione a gennaio sono aumentati oltre le attese, la fiducia dei consumatori a febbraio è calata ai minimi degli ultimi 5 anni e i prezzi delle abitazioni nel quarto trimestre sono diminuiti dell'8,9% segnando il peggiore risultato degli ultimi vent'anni) Wall Street è riuscita a chiudere la seduta in rialzo grazie alle positive notizie arrivate dal fronte societario e alle dichiarazioni rilasciate dal vice presidente della Fed, Donald Kohn, che hanno rafforzato le attese di altri tagli del costo del denaro nonostante l'allarme inflazione: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,91% a 12.684,92 punti, il Nasdaq lo 0,75% a 2.344,99 punti e lo S&P500 lo 0,69% a 1.381,29 punti. Nemmeno il nuovo rally del petrolio (tornato sopra i 100 dollari al barile), alimentato dalle dichiarazioni del presidente dell'Opec (la produzione non verrà aumentata nella prossima riunione del 5 marzo) e dalla debolezza del dollaro (il cambio euro/USD ha superato anche quota 1,50), è riuscito a spaventare gli investitori. Gli acquisti sono stati innescati dal buy back da 15 mld di dollari annunciato da Ibm (+3,91%) e dalla decisione di Moody's di mantenere il rating Aaa su Mbia (+4,8%). Il rialzo è stato sostenuto anche dal settore energetico che ha sfruttato la fiammata delle quotazioni dell'oro nero: ConocoPhillips ha guadagnato il 2,84% ed Exxon Mobil lo 0,85%. Tra i titoli che si sono mossi in controtendenza spicca il -4,57% di Google che ha risentito di un rapporto negativo sull'andamento della pubblicità.


martedì 26 febbraio 2008

Dati di Chiusura 26/02/2008

Nonostante le allarmanti indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico americano (i prezzi alla produzione a gennaio sono aumentati oltre le attese, la fiducia dei consumatori a febbraio è calata ai minimi degli ultimi 5 anni e i prezzi delle abitazioni nel quarto trimestre sono diminuiti dell'8,9% segnando il peggiore risultato degli ultimi vent'anni) i listini del Vecchio Continente sono riusciti a chiudere la seduta in rialzo grazie alle positive notizie arrivate dal settore finanziario e al buy back da 15 mld di dollari annunciato da Ibm (operazione che ha determinato una revisione al rialzo dell'utile per azione 2008): a Milano il Mibtel ha guadagnato l'1,35%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +1,50%, a Londra il Ftse100 ha registrato un +1,47% e a Parigi il Cac40 ha messo a segno un +1,09%. Gli acquisti tra i bancari sono stati innescati dalla decisione di S&P di confermare il rating AAA su Mbia e Ambac Financial, mossa che per ora ha evitato ulteriori svalutazioni per gli istituti di credito. A Piazza Affari hanno chiuso in deciso rialzo Banco Popolare (+5,56%), Bca Pop Milano (+3,64%), Intesa Sanpaolo (+2,68%) e Unicredit (+2,30%). Movimenti interessanti sono stati registrati anche sui petroliferi dopo che il presidente dell'Opec ha escluso un aumento della produzione di greggio nella prossima riunione del 5 marzo. Tali dichiarazioni hanno riportato le quotazioni dell'oro nero sopra i 100 dollari al barile a New York e alimentato il denaro su Erg (+5,36%), Saras (+3,43%) e Tenaris (+2,90%). Tra gli energetici si è messa in luce anche Terna con un +1,62%: la società ha chiuso il 2007 con un ebit in crescita del 10% a 720 mln di euro. Si è mossa in controtendenza A2A (-2,31%) penalizzata dalle divisioni interne sulle nomine del consiglio di gestione. Tra i telefonici spicca il +5,01% di Tiscali (continuano a circolare i rumors sulla possibile uscita dell'attuale amministratore delegato), mentre tra gli industriali sono scattate le ricoperture su Fiat che ha archiviato un +4,42%. Sul mercato valutario l'euro è arrivato a sfiorare quota 1,49 contro il dollaro sfruttando l'inaspettato aumento dell'indice Ifo tedesco (fiducia delle imprese) a febbraio.


lunedì 25 febbraio 2008

Dati di Chiusura 25/02/2008

Nonostante le deludenti indicazioni arrivate dal mercato immobiliare americano (le vendite di case esistenti sono calate a 4,89 mln di unità a gennaio, peggior dato dal 1999) i listini del Vecchio Continente sono riusciti a chiudere in rialzo trainati dal comparto finanziario: a Milano il Mibtel ha guadagnato l'1,37%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +1,12%, a Londra il Ftse100 ha registrato un +1,89% e a Parigi il Cac40 ha messo a segno un +1,96%. Banche e assicurazioni hanno beneficiato delle dichiarazioni rilasciate dal primo ministro del Qatar, il quale ha ribadito che il fondo governativo del Paese intende investire tra i 10 e 15 mld di dollari in partecipazioni bancarie nei prossimi due anni e ha espresso la propria preferenza per gli istituti europei rispetto a quelli statunitensi per via della minore esposizione ai problemi legati ai mutui subprime. Anche a Piazza Affari i riflettori sono stati puntati su questo settore: Unicredit ha guadagnato il 2,99%, Intesa Sanpaolo l'1,98%, Banco Popolare l'1,78% e Generali l'1,10%. Movimenti interessanti sono stati registrati anche sugli industriali: Finmeccanica ha messo a segno un +1,90% (si è aggiudicata contratti per 100 mln di euro con Airbus), Italcementi un +2,89% e Impregilo un +5,93%. Si è chiusa un'altra seduta positiva per i petroliferi: Eni ha archiviato un +1,94%, Saipem un +2,65% e Tenaris un +2,96%. Tra i titoli minori si sono messi in evidenza Safilo (+10,79%, ha chiuso il 2007 con un utile netto in crescita del 36% a 37,5 mln di euro e ha previsto un fatturato in aumento del 7-8% nei prossimi 3-5 anni) e A.S. Roma (+21,77%). Sul mercato valutario non ci sono state particolari oscillazioni: il cambio euro/USD si è mantenuto sopra quota 1,48.

sabato 23 febbraio 2008

E a Wall Street l'incertezza è sovrana....

Mercati azionari in altalena e boom delle commodity hanno caratterizzato la settimana appena conclusa, in un quadro operativo diviso tra timori di recessione negli Stati Uniti e attese per nuovi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.
Un binomio che ha portato Wall Street a vivere un'ottava in chiaroscuro (l'indice S&P 500 ha chiuso vicino ai livelli del venerdì precedente, il Nasdaq ha ceduto lo 0,8%), in cui da un giorno all'altro le vendite alimentate dalle preoccupazioni sull'economia venivano bilanciate dalla prospettiva di un ulteriore allentamento della politica monetaria. Sul finale della settimana, in particolare, i Fed Funds sono tornati a scontare al 100% la possibilità che la Fed tagli il costo del denaro di 50 punti base al 2,5% nella riunione del 18 marzo in seguito alla revisione al ribasso dei prezzi alla produzione Usa di novembre e dicembre. Il calo delle pressioni inflative darà infatti mani libere all'istituto centrale, preoccupato dall'andamento del ciclo economico tanto da tagliare all'1,3-2% le stime di crescita del Pil nel 2008 contro una progressione prevista inizialmente tra l'1,8% e il 2,5 per cento.
Lo scenario si è riflesso immediatamente sul mercato dei cambi, dove la debolezza intrinseca e prospettica del dollaro ha contribuito al massiccio trasferimento di capitali verso il mercato delle materie prime, giudicate dai principali fondi di investimento un porto sicuro in cui ripararsi dalla volatilità dei listini azionari. Nella settimana il dollaro ha oscillato a lungo attorno alla soglia di 1,47 per un euro prima di scivolare ai nuovi minimi da inizio mese.
Alla chiusura dei mercati europei il biglietto verde è stato indicato a 1,4820 per un euro, mentre l'accresciuta avversione al rischio ha spinto al rialzo yen e franco svizzero. In risposta alla debolezza della divisa statunitense l'oro ha aggiornato i massimi storici facendo segnare un top a 953,6 dollari l'oncia. Nuovo record assoluto anche per platino (a 2.206 dollari) mentre palladio (508 dollari) e argento (18 dollari) si sono issati ai livelli più alti rispettivamente da 7 e 28 anni.
Sulla corsa delle commodity ha influito anche la speculazione rialzista lanciata da alcuni fondi, mentre per platino e palladio hanno contato in modo particolare le difficoltà di estrazione incontrate in Sudafrica a causa della carenza di energia elettrica. Il rally, nel frattempo, ha coinvolto anche il petrolio Wti, che ha fatto segnare nuovi massimi superando per la prima volta nella storia quota 101 dollari al barile. Il top è stato raggiunto mercoledì, quando – complice la scadenza tecnica del contratto con consegna marzo – il greggio ha raggiunto i 101,32 dollari.
Per capire se la tendenza rialzista delle materie prime avrà vita lunga, gli operatori attendono ora di vedere se i segnali di forte rallentamento dell'economia Usa arrivati in settimana con i primi dati macroeconomici riferiti a febbraio troveranno conferma nei prossimi giorni. A preoccupare gli esperti è stato soprattutto il crollo dell'indice Filadelfia Fed, sceso in febbraio a -24 punti contro attese per un incremento a quota -10. Il dato, che si va a sommare al tonfo dell'indice Empire State relativo alla zona di New York, sembra indicare una drastica contrazione delle attività manifatturiere nel mese in corso, fino a quello che alcuni analisti temono possa essere un punto virtuale di stallo.
A Wall Street ne hanno fatto le spese soprattutto i titoli maggiormente legati al ciclo economico, tra cui si sono distinti in negativo quelli del comparto auto sulle crescenti preoccupazioni di contrazione dei consumi. La peggiore della classe è stata General Motors (-10%), che ha trascinato al ribasso tutti i costruttori europei nella seduta di venerdì, chiusa con un calo di oltre il 2,5% del sottoindice Stoxx settoriale e con flessioni superiori al punto percentuale per quasi tutti i listini.
Gli indici hanno così annullato parte dei guadagni messi a segno nelle precedenti sedute, per un bilancio settimanale rimasto positivo a Parigi (+1,1%), Londra (+1,7%), Zurigo (+1,4%) e soprattutto Amsterdam (+3,9%), mentre sono scivolate in rosso Francoforte (-0,4%) e Madrid (-0,4%). Piatta invece Milano, dove il Mibtel è salito dello 0,2% a fronte di una flessione dello 0,4% nell'S&P/Mib.

--
Là où est le danger /croìt aussi ce qui sauve.

http://1911dc.blogspot.com/
http://olaborsaolavita.blogspot.com/

mercoledì 20 febbraio 2008

Chiusura Borse 20/02/2008

I timori d'inflazione rafforzati dal record segnato ieri dal petrolio a New York (100,10 dollari al barile) e dalle statistiche odierne sui prezzi al consumo negli Usa (+4,3% a gennaio) si sono fatti sentire sui mercati azionari europei innescando vendite diffuse: a Milano il Mibtel ha perso lo 0,74%, a Francoforte il Dax ha ceduto l'1,47%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -1,23% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un -1,49%. L'aumento del costo della vita spaventa gli investitori in quanto incide negativamente sul potere d'acquisto dei consumatori (le cui spese costituiscono i 2/3 del Pil Usa) e mette in pericolo la politica monetaria espansiva attuata dalla Fed per stimolare la crescita economica. Non sono mancate notizie negative anche sul fronte creditizio: secondo indiscrezioni riportate da organi di stampa, Kkr Financial Holdings (divisione del gruppo Kkr) avrebbe ritardato per la seconda volta il pagamento di miliardi di dollari di commercial paper e avviato colloqui con i creditori. A Piazza Affari i ribassi non hanno risparmiato il settore oil nonostante le quotazioni record del greggio: Eni ha perso l'1,47% e Saipem il 2,14%. Tra gli energetici ha chiuso in forte calo anche Enel che ha archiviato un -2,33%. E' stata un'altra giornata difficile per Telecom Italia, che ha ceduto un altro 2,69%. Tra i titoli che si sono mossi in controtendenza spicca L'Espresso con un +1,34%: la società ha chiuso il 2007 con un utile netto di 95,6 mln di euro e ha annunciato un dividendo di 0,17 euro per azione. Tra i titoli a minore capitalizzazione si è messa in luce Csp con un +18,44% dopo avere annunciato un aumento dei ricavi del 17% a 118 mln di euro nel 2007. Sul mercato valutario l'euro si è indebolito contro il dollaro arrivando a testare quota 1,46; l'aumento dell'inflazione negli Stati Uniti ha raffreddato le attese di altri tagli del costo del denaro da parte della Fed contribuendo al rafforzamento del biglietto verde.


martedì 19 febbraio 2008

Chiusura Wall Street 20/02/2008

Wall Street chiude le contrattazioni in ribasso, dopo una seduta vissuta perlopiù all'insegna degli acquisti. A spaventare i Listini americani nell'ultima parte della giornata ha contribuito l'impennata del greggio, che chiude per la prima volta sopra il record dei 100 dollari al barile, oltre alla cautela in vista degli importanti dati sull'inflazione e delle minutes del FOMC in agenda per mercoledì. I mercati americani invece erano partiti bene, alla riapertura dopo il lungo ponte festivo del President's Day, aiutati da ricoperture e da qualche positiva notizia giunta dal fronte corporate in una giornata povera di spunti sotto il profilo economico. A sostenere il sentiment avevano contribuito i conti del colosso retail Wal-Mart, a dispetto di un outlook un po' cauto, ed i commenti positivi degli analisti di Barron's sul titolo della compagnia assicurativa Aig. I mercati erano stati inoltre galvanizzati dalla forza dei titoli oil, in scia al caro greggio. L'indice Nasdaq termina in calo dello 0,67% a 2.306,2 punti, mentre lo S&P 500 lima lo 0,09% a 1.348,78 punti ed il Dow Jones lo 0,09% a 13.337,22 punti.
Fra le blue-chips del Dow 30 si segnalano le ottime performance di AIG e Exxon Mobil con rialzi attorno al 2%. Più cauta Wal-Mart +0,44%, che è stata frenata dalle previsioni a dispetto di conti in linea con le attese. Fra i peggiori le tlc con perdite fra il 5% ed il 6% per Verizon e AT&T.

Dati di chiusura Borse Europee 20/02/2008

Dopo una partenza negativa sulla scia delle allarmanti indicazioni arrivate dal settore bancario (Credit Suisse ha preannunciato svalutazioni per 2,85 mld di dollari nel primo trimestre, Barclays ha rivisto al rialzo le svalutazioni previste per l'intero 2007 e Crédit Agicole non ha voluto commentare i rumors su nuove svalutazioni) i listini del Vecchio Continente sono riusciti ad invertire rotta aiutati dai risultati migliori delle attese rilasciati da Wal-Mart che hanno contribuito ad attenuare i timori sulla tenuta dei consumi negli Stati Uniti: a Milano il Mibtel ha guadagnato lo 0,53%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +0,50%, a Londra il Ftse100 ha registrato un +0,34% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un +0,49%. A Piazza Affari si sono messi in evidenza i petroliferi spinti dalla nuova fiammata delle quotazioni del greggio (ha superato anche i 98 dollari al barile a New York): Eni ha guadagnato l'1,89%, Saipem l'1,45% ed Erg l'1,19%. Rialzi interessanti sono stati registrati anche sui ciclici: Fiat ha archiviato un +2,45%, Bulgari un +1,27%, Mondadori un +3,89% e Mediaset un +2,10%. Tra i telefonici sono proseguite le vendite su Telecom Italia che ha perso l'1,16% attestandosi sui minimi dell'ottobre 2002: sul titolo continuano a pesare le incertezze legate alla strategia che il management intende adottare per rilanciare il gruppo. Tra i titoli minori si è messa in evidenza Ducati con un +20,16%: gli attuali azionisti di riferimento lanceranno un'Opa al prezzo di 1,70 euro per delistare la società da listino milanese. L'annuncio ha messo le ali anche a Piaggio che ha archiviato un +7,80%. Sul mercato valutario l'euro è tornato a rafforzarsi rispetto al dollaro arrivando a testare quota 1,4750.

lunedì 18 febbraio 2008

Dati di Chiusura borse Europee 18/02/2008

Si è chiusa una giornata positiva per i mercati azionari europei caratterizzata però da scambi piuttosto ridotti a causa della chiusura di Wall Street per festività: a Milano il Mibtel ha guadagnato l'1,12%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +1,98%, a Londra il Ftse100 ha registrato un +2,75% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un +1,89%. I riflettori sono stati puntati sul comparto bancario dopo la decisione del Governo britannico di nazionalizzare Northern Rock, ritenendo non adeguate le manifestazioni d'interesse presentate dai soggetti privati in gara per l'acquisizione. Inoltre, i rumors sul possibile ingresso del fondo governativo del Qatar nel capitale di Credit Suisse hanno alimentato l'interesse per il settore. Secondo tali indiscrezioni il fondo sarebbe anche pronto ad investire 15 mld di dollari in titoli di banche europee ed americane nei prossimi 12 mesi. A Piazza Affari Unicredit ha guadagnato l'1,96%, Bca Mps il 2,27% e Intesa Sanpaolo l'1,91%. Movimenti interessanti sono stati registrati anche su Telecom Italia, che dopo un avvio pesante è riuscita a ridimensionare le perdite (-0,93%). L'amministratore delegato, Franco Bernabé, ha dichiarato che non è allo studio alcun aumento di capitale e si è detto "totalmente tranquillo sul debito". Tra i telefonici si è messa in evidenza Tiscali con un +10,05% grazie ai rinnovati rumors relativi ad un possibile take over sulla società. La giornata è stata positiva anche per il comparto energetico: Eni ha archiviato un +1,34%, Saipem un +1,55% ed Enel un +1,09%. Per quanto riguarda il mercato valutario la seduta è stata condizionata da una operatività limitata complice la chiusura di Wall Street; il cambio euro/USD si è mosso attorno a quota 1,4650.

Dati apertura Europa 18/02/2008

Apertura positiva per i principali indici europei: a Milano il Mibtel sta guadagnando lo 0,70%, mentre a Londra il Ftse 100 è in rialzo dell'1,1%, a Parigi il Cac 40 sta registrando un +1,09% e a Francoforte il Dax segna un +0,89%. Orfani di Wall Street, chiusa oggi per la festività del President Day, i mercati del Vecchio Continente sembrano non risentire in avvio dei deludenti dati macroeconomici statunitensi di venerdì scorso. Gli operatori sembrano invece aver accolto con favore l'annuncio del governo britannico di nazionalizzare temporaneamente Northern Rock, la quinta banca del Paese messa in difficoltà dalla crisi che ha colpito i mutui subprime. Protagonisti della seduta saranno anche i titoli del comparto petrolifero, sostenuti dalle elevate quotazioni del greggio che a New York si mantiene sopra i 95 USD al barile. A Piazza Affari, in particolare, si metterà in evidenza Eni che ha comunicato di aver chiuso il 2007 con un utile netto adjusted in calo del 9% a 9,47 miliardi ed ha proposto un dividendo proposto di 1,30 euro (da 1,25 nel 2006). Sempre tra gli energetici attenzione ad Enel (entrerà presto nella gestione della utility russa OGK-5, di cui ha superato il 50% secondo i dati preliminari dell'Opa, e va avanti nella trattativa con E.On e con altri progetti internazionali), mentre tra i telefonici occhi puntati su Telecom Italia (secondo indiscrezioni gli azionisti del gruppo avrebbero preso in seria considerazione l'ipotesi di un aumento di capitale). Per quanto riguarda il mercato valutario, infine, i negativi dati macroeconomici statunitensi di venerdì scorso continuano ad indebolire il dollaro nei confronti dell'euro. In questo momento il cambio tra le due monete quota a 1,4680.


sabato 16 febbraio 2008

Chiusura borsa Italiana 15/02/2008

Chiusura negativa per i mercati azionari europei: a Milano il Mibtel ha perso l'1,42%, a Francoforte il Dax ha ceduto l'1,87%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -1,56% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un -1,79%. La seduta è stata condizionata dai deludenti dati americani sulla fiducia dei consumatori, sulla produzione industriale e sull'attività manifatturiera dell'area di New York che sembrano avvicinare gli Stati Uniti ad una recessione. Oltretutto la situazione è aggravata dalle maggiori pressioni inflazionistiche (i prezzi import a gennaio sono aumentati dell'1,7% e il petrolio ha superato i 96 dollari) che rendono più problematico un taglio dei tassi da parte della Fed per stimolare la crescita economica. A Piazza Affari i riflettori sono stati puntati su Alitalia, che ha perso il 4,16% dopo la frenata di Air France-Klm sull'eventuale acquisizione della compagnia di bandiera (il gruppo franco-olandese ha detto che non procederà con l'operazione senza l'appoggio del nuovo governo italiano). Ha chiuso in deciso calo Telecom Italia (-4,61%) dopo che l'amministratore delegato, Franco Bernabè, ha detto ai sindacati che la riduzione del debito non avverrà in tempi rapidi. Vendite diffuse sono state registrate sul comparto finanziario, complici i timori di nuove svalutazioni da parte dei maggiori gruppi mondiali (sembra anche che Citigroup abbia bloccato i riscatti di un suo hedge fund): Unicredit ha perso il 3,42%, Intesa Sanpaolo il 2,09% e Banco Popolare il 2,43%. Sul mercato valutario l'euro si è ulteriormente rafforzato contro il dollaro arrivando a superare quota 1,47; sul biglietto verde hanno pesato i deboli dati sull'economia statunitense

giovedì 14 febbraio 2008

Chiusura borse USA 14/02/2008

Chiusura negativa per i mercati azionari americani: il Dow Jones ha perso l'1,4% a 12.376,98 punti, il Nasdaq l'1,74% a 2.332,54 punti e lo S&P500 l'1,34% a 1.348,86 punti. La seduta è stata condizionata dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Fed davanti al Senato Usa. Bernanke ha confermato che la crescita economica degli Stati Uniti rallenterà (ha però escluso una recessione) e ha detto che la Banca Centrale è pronta ad intervenire per sostenere la locomotiva americana (nuovi tagli dei tassi d'interesse). Il numero uno della Fed ha aggiunto che le banche statunitensi continueranno ad annunciare svalutazioni, prospettiva che ha allarmato gli operatori. Dal fronte macroeconomico sono arrivate notizie contrastanti: le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono calate a 348 mila unità, ma la media delle ultime quattro settimane si è portata sui massimi dall'ottobre 2005; il deficit commerciale è sceso a dicembre a 58,8 mld di dollari dai 63,1 mld di novembre. Preoccupa inoltre il nuovo rally del prezzo del petrolio che ha superato i 95 dollari al barile sulla scia delle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Venezuela innescate dalla decisione del Paese sudamericano di bloccare le forniture di greggio verso la Exxon. Pesanti ribassi sono stati registrati tra i bancari complici le attese di nuove svalutazioni: JP Morgan ha perso il 3,38% e Bear Stearns il 2,56%. Si sono mosse in controtendenza, invece, Mbia (+8,42%) e Ambac Financial (+12,38%) dopo che i rispettivi amministratori delegati hanno dichiarato che le società non necessitano di un intervento del governo nonostante le perdite generate dalla crisi dei subprime. Nel comparto tecnologico è stata venduta Intel (-3,54%) dopo la decisione di Goldman Sachs di rimuovere il titolo dalla sua conviction buy list. Ha chiuso in deciso calo anche Nvidia (-16,32%) sulla scia dei deludenti conti trimestrali.

Usa: deficit bilancia commerciale dicembre cala oltre attese a 58,8 mld

Cala oltre le previsioni a dicembre il deficit della bilancia commerciale americana, che si attesta a 58,8 miliardi di dollari, contro i 63,1 mld rivisti di novembre e rispetto al disavanzo di 61,5 mld previsto dagli analisti. Il dato, è stato comunicato dal Bureau of Economic Analysis (BEA) del Dipartimento del Commercio americano. Le esportazioni di beni e servizi ad ottobre sono salite a 144,3 mld usd da 142,1 mld, mentre le importazioni hanno visto un decremento a 203,1 mld da 205,3mld.


mercoledì 13 febbraio 2008

Dati di Chiusura Europa 14/02/2008

Chiusura contrastata per i mercati azionari europei: a Milano il Mibtel ha guadagnato lo 0,67%, a Francoforte il Dax ha archiviato un +0,08%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -0,51% e a Parigi il Cac40 ha messo a segno un +0,30%. Dopo una partenza negativa i listini del Vecchio Continente sono riusciti ad invertire rotta grazie alle incoraggianti indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico americano che hanno contribuito ad attenuare le preoccupazioni legate allo stato di salute dell'economia statunitense: le vendite al dettaglio a gennaio sono aumentate dello 0,3% su base mensile contro attese pari a -0,3% (+0,3% il dato ex auto). Si tratta di una buona notizia per i mercati: la tenuta dei consumi negli Usa è fondamentale per evitare un brusco rallentamento della crescita economica (se non una recessione) visto che questi rappresentano i 2/3 del Pil. A Piazza Affari si sono messi in evidenza ancora una volta i finanziari: Unicredit ha guadagnato il 2,58%, Bca Mps l'1,85% e Banco Popolare il 2,87%. Movimenti interessanti sono stati registrati sui petroliferi dopo la decisione del Venezuela di interrompere le forniture di greggio verso Exxon Mobil. La notizia ha avuto un impatto negativo su Tenaris (-3,22%) vista la forte presenza della società in Sud America. Tra le utilities ha perso terreno Snam RG (-1,73%) che ha presentato i dati preliminari del 2007 e il piano industriale 2008-2011: il gruppo ha chiuso l'anno con margini in miglioramento, ha aumentato il dividendo a 0,21 euro per azione e ha previsto investimenti per 4,3 mld nel prossimo quadriennio. Sono proseguiti gli acquisti sui titoli di società cicliche come Fiat (+2,37%), Buzzi Unicem (+2,72%), Bulgari (+1,89%), Mediaset (+3,76%) e Stm (+3,42%). Sul mercato valutario l'euro si è indebolito contro il dollaro dopo i dati sulle vendite al dettaglio negli Usa; il cambio si è riportato sotto quota 1,46.

Chiusure Borese USA 14/02/2008

Si è chiusa un'altra seduta positiva per i mercati azionari americani: il Dow Jones ha guadagnato l'1,45% a 2.552,24 punti, il Nasdaq il 2,32% a 2.373,93 punti e lo S&P500 l'1,36% a 1.367,21 punti. Wall Street ha tratto beneficio dalle incoraggianti indicazioni arrivate dal fronte macroeconomico che hanno contribuito ad attenuare le preoccupazioni legate allo stato di salute dell'economia statunitense: le vendite al dettaglio a gennaio sono aumentate dello 0,3% su base mensile contro attese pari a -0,3% (+0,3% il dato ex auto). Si tratta di una buona notizia per i mercati in quanto la tenuta dei consumi negli Usa è fondamentale per evitare un brusco rallentamento della crescita economica (se non una recessione) visto che questi rappresentano i 2/3 del Pil. Nemmeno le crescenti tensioni tra Venezuela e Stati Uniti sul fronte petrolifero sono riuscite a spaventare gli investitori; la decisione del Paese sudamericano di interrompere le forniture di greggio verso Exxon Mobil (+1,32%) ha però spinto le quotazioni dell'oro nero oltre i 93 dollari al barile. Tra i titoli che si sono messi in evidenza segnaliamo: Applied Materials (ha guadagnato il 10,18% sulla scia di risultati trimestrali migliori delle attese anche se in calo rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno), Alcoa (ha archiviato un +6,03% spinta dai rumors su un possibile interesse per la società da parte di Rio Tinto o Bhp Billiton) e Yahoo (ha registrato un +1,05% sulla scia delle indiscrezioni relative ad un interesse di News Corp).

Crisi dei MUTUI in America

La Casa Bianca e le banche americane affrontano la crisi dei mutui: e' di oggi l'annuncio del nuovo piano 'Project Lifeline', la ciambella di salvataggio che offre una moratoria sui pignoramenti a chi non riesce piu' a pagare il mutuo. Intanto Warren Buffett, il 'guru' di borsa della Berkshire Hathaway, scende in campo nel crisi innescata dal tracollo dei mutui subprime, fornendo una garanzia da 5 miliardi di dollari per 800 milioni di bond emessi dagli enti locali. Ad annunciare il piano di aiuti, facendo dietro-front rispetto alla sua posizione di appena un mese fa, e' stato il segretario al Tesoro statunitense Henry Paulson. ''Per molte famiglie - ha detto il segretario per lo Sviluppo Urbano Alphonso Jackson - Project Lifeline blocchera' il processo di pignoramento dell'immobile abbastanza a lungo per trovare una via d'uscita''. Ad essere coinvolte nel piano - indispensabile per salvare gli Usa dalla spirale recessiva del 'mattone' che sta contagiando l'intera economia - sono sei banche cui fa capo la meta' dei mutui in essere negli Stati Uniti: Bank of America, JP Morgan Chase, Citigroup, Countrywide Financial, Washington Mutual e Wells Fargo. Tutte e sei fanno parte di 'Hope Now', l'alleanza di istituti di credito, associazioni imprenditoriali e avvocati formata lo scorso anno per evitare una corsa ai pignoramenti che avrebbe finito per travolgere l'intero mercato immobiliare. I proprietari di case che hanno contratto mutui e che sono insolventi da oltre 90 giorni riceveranno una lettera dalla banca, in cui vengono spiegate le procedure per interrompere il processo di pignoramento. I destinatari avranno 10 giorni per rispondere e fornire ulteriori informazioni finanziarie, in modo da consentire alla banca di valutare modalita' di rimborso alternative. Ha invece tutt'altro sapore, quello dell'investimento, la mossa di Buffett. Il finanziere, noto per avere un grande fiuto per gli affari e non sbagliare mai un colpo, ha offerto alle tre maggiori societa' di assicurazioni di bond di riassicurare obbligazioni emesse da enti locali per 800 miliardi di dollari, investendo cinque miliardi di dollari di mezzi propri. I colossi del settore - MBIA, Ambac Financial e FGIC, - rischiano il declassamento del rating 'tripla A' indispensabile per assicurare bond, che avrebbe un effetto letale per un mercato quantificabile in circa 2.400 miliardi di dollari. Logico, dunque, che l'offerta di Buffett abbia galvanizzato i mercati, spingendo la borsa di New York verso un rialzo di quasi il 2%. Meno entusiasta la reazione delle tre societa' cui Buffett ha proposto di rilevare le proprie garanzie, dato che - come spiega Cynthia Cole, gestore di Allegiant Asset Management - ''il costo e' estremamente alto per gli assicuratori di bond''. Per questo Buffett ha gia' incassato il ''no, grazie'' di MBIA, e secondo gli analisti anche le altre due societa' potrebbero declinare l'invito: Buffett ha infatti intenzione di far pagare loro, per la riassicurazione dei bond, circa il 50% in piu' rispetto ai premi che ricevono. L'abile finanziere, poi, ha intenzione di tenersi alla larga sia dai rischiosi mutui 'subprime' che dai 'cdo', i prodotti del credito strutturato che impacchettano attivita' rischiose. Buffett fa irruzione nelle assicurazioni di bond dopo aver ottenuto lo scorso anno la licenza ad operare come 'bond insurer'. Con l'intenzione non solo di sfruttare le opportunita' di investimento create dalla crisi in cui si trovano attualmente gli operatori specializzati. Ma anche, potenzialmente, di buttare fuori dal mercato buona parte dei suoi concorrenti. Tanto e' bastato, pero', per ridare fiducia ad un mercato prossimo al collasso e alle prese con voci poco confortanti: le banche - si dice a Wall Street - starebbero risistemando molte posizioni, allo scopo di 'sbarazzarsi' di pacchetti di titoli obbligazionari in portafoglio il cui valore negli ultimi mesi e' crollato. Uno scenario apocalittico per i 'bond insurer', chiamati a fornire ulteriori garanzie di affidabilita' circa la loro solvibilita' alle agenzie di rating, pena appunto la perdita della valutazione di 'tripla A'


Ciusure Borse USA 12/02/2008

Si è chiusa una giornata estremamente volatile per i mercati azionari americani caratterizzata dall'offerta lanciata da Warren Buffet per assicurare 800 mld di dollari di obbligazioni emesse dalle amministrazioni locali statunitensi attualmente garantite da Ambac Financial, Mbia e Fgic (i tre maggiori bond insurers Usa). L'annuncio ha avuto inizialmente un impatto positivo su Wall Street in quanto l'operazione, se dovesse andare a buon fine (una società ha già respinto la proposta), potrebbe evitare ai bond insurers in questione la perdita del rating "tripla A" (attualmente a rischio a causa delle forti perdite registrate in seguito allo scoppio della crisi dei mutui subprime), prospettiva che nelle ultime settimane ha penalizzato le Borse visto che innescherebbe una nuova ondata di svalutazioni per banche e assicurazioni. Nel finale di seduta sono però scattate le prese di profitto; gli operatori hanno preferito chiudere le posizioni in attesa dei dati sulle vendite al dettaglio di gennaio in calendario oggi, statistiche che forniranno indicazioni importanti sullo stato di salute dell'economia statunitense (i consumi costituiscono i 2/3 del Pil Usa). Il Dow Jones ha guadagnato l'1,09% a 12.373,41 punti, il Nasdaq ha terminato invariato a 2.320,04 punti e lo S&P500 ha archiviato un +0,73% a 1.348,86 punti. Il progetto di Buffet non ha scaldato le azioni delle società coinvolte, che anzi hanno registrato pesanti ribassi: Ambac Financial ha perso il 15,08% e Mbia il 15,32%. Gli analisti non considerano l'operazione un buon affare per i bond insurers in quanto rimarrebbero in carico ad essi gli impegni nei confronti delle obbligazioni maggiormente a rischio, mentre quelli verso i soggetti più affidabili come le amministrazioni locali passerebbero a Buffet. Hanno registrato un deciso rimbalzo gli assicurativi dopo i ribassi della vigilia: Aig ha messo a segno un +3,13%. Ha perso terreno General Motors (-1,92%) sulla scia di conti trimestrali deludenti. Tra i tecnologici Electronic Art ha guadagnato il 5,39% dopo avere previsto per il 2011 ricavi pari a 6 mld di dollari, in crescita del 53% rispetto ai 3,9 mld stimati per l'esercizio fiscale 2008.


lunedì 11 febbraio 2008

Dati di chiusura 11/02/2008

Chiusura negativa per i mercati azionari europei: a Milano il Mibtel ha perso lo 0,92%, a Francoforte il Dax ha ceduto lo 0,35%, a Londra il Ftse100 ha registrato un -1,32% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un -0,57%. Le vendite sono state alimentate ancora una volta dai timori legati allo stato di salute del sistema finanziario; sui listini continuano a pesare le incertezze sulle reali dimensioni delle perdite che banche e assicurazioni dovranno affrontare a causa del calo del valore dei titoli legati ai mutui subprime. Anche a Piazza Affari i ribassi hanno colpito il settore: Banco Popolare ha perso l'1,58%, Bca Mps l'1,45%, Bca Pop Milano il 2,01% e Intesa Sanpalo lo 0,94%. La possibilità di un deciso rallentamento dell'economia mondiale ha alimentato le vendite delle azioni delle società maggiormente legate al ciclo economico: Fiat ha perso il 2,56%, Mediaset il 3,69%, Seat PG il 7,22% e Bulgari il 2,31%. Movimenti interessanti sono stati registrati tra i telefonici con Fastweb che ha guadagnato il 13,07% grazie ai rumors su un possibile delisting (ipotesi smentita dalla controllante Swisscom). Le prese di profitto sono scattate invece su Tiscali (-13,12%) dopo la corsa della scorsa settimana; la società ha fatto sapere di non avere ricevuto alcuna proposta di acquisto e di non avere allo studio operazioni straordinarie, smentendo così le indiscrezioni circolate sul mercato negli ultimi giorni. I riflettori sono stati puntati anche sul comparto petrolifero dopo che il governo venezuelano ha minacciato di sospendere le esportazioni di greggio verso gli Usa; il prezzo dell'oro nero è così volato fino a 94 dollari al barile, ma i titoli del comparto non sono riusciti ad approfittarne. Eni ha perso lo 0,28%, Saipem il 4,24% e Tenaris l'1,55%. Sul mercato valutario l'euro è tornato a rafforzarsi contro il dollaro riportandosi sopra quota 1,45; alcuni esponenti della Bce hanno ribadito che la maggiore preoccupazione resta l'inflazione e queste parole hanno allontanato la possibilità di un taglio del costo del denaro nella Zona Euro.

Dal G7 nuove elementi per una settimana di ansia

Le parole di preoccupazione provenienti dal G7 a Tokyo sul rallentamento dell'economia globale sono l'ennesimo segnale negativo per i mercati finanziari che, da inizio anno, hanno inanellato una forte serie di ribassi culminati lunedi' 21 gennaio, quando i listini europei hanno registrato il maggior crollo dai tempi degli attacchi alle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001. Gli investitori peraltro sono da diversi mesi pessimisti sull'andamento dell'economia americana, scossa dalla crisi dei mutui subprime, e di quella globale e il calo dei listini ha anticipato, come di consueto, l'andamento dell'economia reale. Lunedi' cosi' i mercati inizieranno una nuova difficile settimana dopo che quella chiusa venerdi' si e' gia' rilevata come una delle peggiori da inizio anno, specialmente per le piazze asiatiche. In questo primo scorcio del 2008 i mercati finanziari mondiali, secondo alcuni calcoli, hanno 'bruciato' gia' il 10% della loro capitalizzazione e le prospettive future indicano nuovi ribassi o comunque una forte volatilita'. Per tutti gli indici il passivo da inizio anno e' pesante: il Dow Jones ha perso l'8,16%, il Dj Euro Stoxx 50 il 15,8% (-14,12% Piazza Affari), il Nikkei 225 il 15% e Hong Kong il 15,6%. La prossima settimana, oltre a essere gravata dalle indicazioni giunte dal G7, si presenta densa di dati e comunicazioni che potrebbero rafforzare il fronte piu' pessimista. Negli Stati Uniti verranno infatti diffusi dati macroeconomici cruciali quali le vendite al dettaglio (mercoledi'), la bilancia commerciale (giovedi') e la produzione industriale a gennaio (venerdi'). Almeno 45 grandi societa' poi, fra cui Coca Cola e General Motors, diffonderanno i loro risultati e le stime per i prossimi mesi. Grande attesa poi c'e' per il riavvio delle contrattazioni dei mercati finanziari cinesi nella giornata di mercoledi', al termine delle feste per il capodanno lunare. Si teme cosi' che la Borsa di Shanghai 'recuperi' il tempo perso mettendo a segno un deciso ribasso. Altre 'mine' all'orizzonte dei mercati finanziari, sottolineano gli esperti, sono due settori collegati a quello dei subprime: le carte di credito e le compagnie che riassicurano i bond, che subiscono le perdite sulle polizze ai fondi garantiti da mutui subprime. Due giganti del settore quali Ambac e Mbia stanno in questi giorni provando a mettere in piedi, con un pool di banche, un aumento di capitale allo scopo di non subire il taglio dei rating. Questo porterebbe infatti a una svalutazione dei prodotti finanziari assicurati con un danno consistente per le banche che li hanno in portafoglio e una ulteriore ondata di svalutazioni e perdite nei bilanci.

Dati di apertura 11/02/2008

Avvio di settimana negativo per i principali indici europei: a Milano il Mibtel sta perdendo lo 0,61%, a Londra il Ftse 100 è in ribasso dello 0,7%, a Parigi il Cac 40 sta registrando un -0,81% e a Francoforte il Dax segna un -0,73%. I mercati del Vecchio Continente sembrano risentire in avvio della debole chiusura di venerdì scorso di Wall Street, ancora una volta penalizzata dalle solite preoccupazioni circa l'inizio di una possibile fase di recessione negli Stati Uniti. Protagonisti della seduta odierna saranno in particolare i titoli del comparto petrolifero, galvanizzati dal rialzo messo a segno dal prezzo del greggio (salito a ridosso dei 92 USD al barile) dopo che il governo venezuelano ha minacciato di sospendere le esportazioni verso gli Usa e dopo che un allarme bomba, rivelatosi poi fasullo, ha provocato l'interruzione delle attività in una delle maggiori piattaforme petrolifere al largo della Gran Bretagna. Per quanto riguarda Piazza Affari, riflettori puntati sul titolo Parmalat dopo che il premier venezuelano, Hugo Chavez, ha minacciato di sequestrare gli impianti nel Paese se i produttori statali saranno fuori dal mercato. Attenzione anche ai titoli telefonici ed in particolare a Tiscali che, dopo il +20% messo a segno nella seduta di venerdì scorso, ha precisato di non aver ricevuto manifestazioni di interesse e di non avere allo studio operazioni straordinarie. Dovrebbero mettersi in evidenza anche Alitalia (My Chef ha inviato una lettera di intenti ad Air One offrendosi di partecipare alla cordata promossa con Intesa Sanpaolo) e Fondiaria-Sai (l'amministratore delegato Fausto Marchionni ha ribadito che non esiste allo stato alcun progetto di fusione con Milano Assicurazioni né un progetto di delisting della controllata). Per quanto riguarda il mercato valutario, infine, l'euro è tornato a guadagnare terreno nei confronti del dollaro grazie soprattutto alle parole del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che pur ammettendo di essere in presenza di una correzione del mercato ha continuato a sottolineare la necessità di contenere l'inflazione, allontanando così le speranze di un taglio del costo del denaro nella Zona Euro. Attualmente il cambio tra le due monete quota a 1,4553.


sabato 9 febbraio 2008

I timori di recessione Usa agitano il sonno dell'Europa

Un dato su tutti ha dominato la settimana che si sta per concludere a Wall Street e condizionato pesantemente l'umore degli investitori: quello dell'indice Ism, che monitora l'attività del settore dei servizi negli Usa, crollato a 41,9 punti in gennaio dai 54,4 punti di fine dicembre. La performance scioccante del dato, precipitato ai livelli più bassi dalle settimane successive all'11 settembre 2001 e in pieno territorio di contrazione economica, ha rimesso in primo piano i timori di un'entrata in recessione dell'economia americana e ha dato loro un senso di urgenza che fino ad ora non avevano ancora.

Il settore dei servizi è infatti diventato il principale comparto degli Stati Uniti e contribuisce per circa il 70% al Pil. Se negli anni settanta e ottanta le crisi della Gm erano le crisi dell'intero sistema economico americano, ora il comparto manifatturiero è diventato assolutamente di importanza secondaria. Tanto che l'economia statunitense non ha affatto risentito del continuo calo degli occupati registrato dal settore manifatturiero nel corso degli ultimi anni. Ma al calo di importanza del settore manifatturiero ha fatto da contrappeso l'aumento di rilevanza di quello dei servizi. Se dunque anche questo ora dovesse fermarsi, e fermarsi di schianto come fa temere il dato Ism di gennaio, allora la recessione potrebbe essere lunga e profonda.

Al momento le opinioni degli economisti sono divise come non accadeva da anni. C'è chi ritiene che l'economia Usa accuserà (e stia gia accusando) una forte decelerazione ma non entrerà a pieno diritto in recessione. Altri invece vedono una recessione americana per due-tre trimestri ma un'economia globale ancora in buona salute. Ma nel corso delle ultime giornate, anche alla luce dei dati deludenti giunti dal fronte macro europeo, c'è chi inizia a temere una recessione in Eurolandia come conseguenza del contagio americano. In quest'ottica sta crescendo sensibilmente il numero di quanti chiedono in Europa alla Bce di abbandonare la sua linea attendista e di prendere esempio dalla Fed iniziando a ridurre il costo del denaro.

Venerdì Jean Claude Trichet ha effettuato a parere della maggioranza dei commentatori una timida apertura verso la possibilità di un taglio rinoscendo per la prima volta la serietà e gravità del rallentamento economico in atto. Formalmente la Bce rimane ancorata alla sua strategia di costituire una linea Maginot contro l'inflazione ma i messaggi dell'Eurotower hanno lo scopo tattico di ancorare le aspettative sull'inflazione che a loro volta agiscono sui prezzi. Nella strategia di medio periodo, gli esperti vedono invece una Bce pronta a intervenire sui tassi già a partire da marzo.

Sull'altro lato dell'Atlantico, la Fed sembra intenzionata a proseguire nella strada intrapresa di riduzione del costo del denaro anche se ovviamente non ci si dimentica del mandato di mantener fede al secondo mandato istituzionale, quello appunto di ancorare i prezzi. L'attenzione dunque dei mercati rimane primariamente concentrata sui dati macroeconomici e la settimana entrante offre sotto questo punto di vista alcuni appuntamenti cruciali. È il caso in primo luogo dell'indice delle vendite al dettaglio digennaio in calendario per mercoledì. Poiché il settore delle vendite al dettaglio si sovrappone in larga misura a quello dei servizi, da questo indice ci si attende un'importante controverifica sul reale andamento delle attività dopo la delusione Ism. È evidente che un eventuale deciso calo delle vendite al dettaglio riattizzerebbe i timori per una frenata dei consumi con pesanti conseguenze per i mercati.

Il secondo appuntamento cruciale è in calendario per martedì quando la Fed di New York pubblicherà l'indice di febbraio sull'andamento delle attività manifatturiere nel distretto. L'importanza del dato è legata al fattore tempo: si tratta infatti del primo indicatore relativo all'andamento delle attività nel nuovo mese e dunque può servire a capire quale sia il trend in atto. Sempre venerdì infine verrà reso noto il dato di gennaio sulla produzione industriale, considerato da alcuni economisti più importante di quello sulla crescita del Pil.

venerdì 8 febbraio 2008

Assegno? Grazie, incasso da casaRoma

Roma - Mai immaginato di poter incassare un assegno senza andare in banca? L'ha pensata CheckFree Corporation, che ha inventato RemoteDepositCapture. Esatto, quella macchinetta che tutti abbiamo visto alla cassa in banca, nella quale l'addetto passa l'assegno che viene automaticamente letto e contabilizzato. Ora è stata concepita nella versione destinata agli "utenti finali".

"I clienti vogliono essere in grado di depositare assegni senza dover andare in banca", dice Rod Springhetti, VP di CheckFree. "E le banche vogliono poter offrire questo servizio (in HomeBanking, ndR). Ritengo che la possibilità di incassare un assegno a distanza divenga parte delle caratteristiche standard dell'online banking".
La novità suscita numerosi ma cauti entusiasmi: Bob Meara, senior analyst di Celent, si dice convinto che l'idea sarà imitata da molti piccoli competitor, ma non è chiaro quante banche lo adotteranno e come reagiranno i consumatori. "Potrebbe far presa su chi fa quasi esclusivamente online banking o mobile banking - dice Meara - e ciò non significa che tutti i consumatori se ne vogliano interessare".
Un recente studio di Celent ha infatti differenziato due linee di tendenza: circa il 20 per cento delle banche esaminate dispongono di tecnologie online per la clientela ordinaria o vogliono acquisirle in tempi brevi mentre la stragrande maggioranza degli istituti bancari fornisce o intende fornire a breve servizi di online banking destinati alla clientela business.
Secondo CheckFree, la tecnologia di RemoteDepositCapture è già in 150 banche e Springhetti ha sottolineato che si tratta di un oggetto semplice da usare e personalizzabile dagli istituti di credito.



giovedì 7 febbraio 2008

Borsa: estende le perdite al giro di boa, giu' Fiat, Stm, tiene Parmalat

Roma, 7 feb - Peggiora il clima in Europa e a Piazza Affari, mentre si attendono le decisioni della Bce che secondo le attese dovrebbe lasciare invariati i tassi d'interesse al 4%, ma particolare attenzione sarà rivolta alle indicazioni che emergeranno dalla conferenza stampa del presidente, Jean-Claude Trichet, sul futuro della politica monetaria della zona euro. Gli economisti danno invece quasi per scontato un taglio di un quarto di punto dei tassi da parte della Boe, che annuncierà la propria decisione a breve. A trainare al ribasso i mercati le vendute che stanno oggi colpendo maggiormente la tecnologia, penalizzata dai deludenti dati di Infineon. Pesano anche le prospettive poco incoraggianti di Cisco Systems, annunciate ieri a mercati chiusi Usa. Ampie perdite su auto e industriali, anche se i cali interessano quasitutti i comparti europei ad eccezione dei farmaceutici. Intanto i future a stelle e strisce si muovono in calo, anticipando per il momento un avvio debole di Wall Street dopo il recupero finale della vigilia. Sul mercato dei cambi l'euro resta stabile intorno a 1,462 dollari.
Dopo un avvio già debole il Mibtel arretra dell'1,03% a 25538. Segue l'S&P/Mib in flessione dello 0,85% a 33569, mentre il Midex scende dell'1,80% a 30862. Giù dell'1,03% l'indice All Stars a 12619.
Alla lunga serie di segni meno nell'S&P/Mib, si contrappone il rialzo di Autogrill +1,22%, brillante anche la vigilia con un guadagno finale del 3,8%.
Positiva Parmalat, in attesa del Cda che oggi approverà i conti preliminari 2007. Il titolo sale dell'1,32%, dopo una mattinata altalenante.
Restano penalizzate dalla lettera Scende Stm -2,87%, in scia alla performance negativa del settore tech europeo. Fra gli industriali negativa Finmeccanica -2,16%.
Estende le perdite anche la Fiat in discesa di circa il 3%, con il comparto auto che questa mattina risulta fra i peggiori in Europa.
Sul fondo Impregilo -5%, dopo i recenti rialzi. Oggi la società ha annunciato che la brasiliana Primav Ecorodovias, di cui Impregilo International Infrastructures N.V. esercita il co-controllo, ha perfezionato l'acquisto dal gruppo argentino Sideco del 100% del capitale della concessionaria brasiliana autostradale "Rodovia das Cataratas".
Lettera nel lusso con Bulgari -2,5%%, che ritraccia dopo i guadagni della vigilia. Debole anche Luxottica -1,07%, nel giorno dell'Investor Day in California. Fra le perdite maggiori Prysmian -3,79% e A2A -3,18%. Debole l'energia con Eni e Saipem che perdono rispettivamente lo 0,70% e l'1,55%.
Fra gli editoriali tiene l'Espresso +0,39%, mentre perdono posizioni le Mondadori -0,78%, dopo un avvio migliore. Cedenti le Seat Pagine Gialle -2,34%. Dal lato dei ribassi Popolare Milano -1,64%, Intesa Sanpaolo -0,88% e Mediobanca -0,67%.
Stabile in frazionale calo Alitalia -0,71%, nel giorno del convegno su Malpensa.
Nello Star acquistatata Marr +2,35%, su cui Morgan Stanley ha alzato il prezzo obiettivo 9,2 da 9 euro. Scattano i realizzi su Txt e-Solution -8,44%, dopo la corsa della ultime sedute. Ritraccia anche Aicon -3,57%, in battute nel recente periodo.
Sull'intero listino corre Eurofly, sospesa per eccesso di rialzo.


mercoledì 6 febbraio 2008

Chiusure Borse Usa 06/02/2008

Si è chiusa una giornata estremamente negativa per Wall Street, condizionata ancora una volta dai timori sempre più forti di una recessione in arrivo (o già in corso) negli Stati Uniti: il Dow Jones ha perso il 2,93% a 12.265,13 punti, il Nasdaq il 3,08% a 2.309,57 punti e lo S&P500 il 3,20% a 1.336,64 punti. Le vendite sono state innescate dal deludente dato sull'Ism servizi (indice che misura la fiducia delle imprese attive nel settore non manifatturiero, che rappresentano i tre quarti dell'economia americana), sceso a gennaio a 41,9 punti dai 53 di dicembre (un valore inferiore a 50 punti indica una contrazione dell'attività economica; viceversa se superiore segnala espansione); tale statistica ha allarmato gli operatori (un rallentamento del settore servizi potrebbe causare la perdita di altri posti di lavoro e di conseguenza una flessione dei consumi, che costituiscono i due terzi del Pil Usa) e alimentato vendite generalizzate dopo il recupero messo a segno dai mercati azionari durante la scorsa settimana. Le dichiarazioni di un esponente della Fed, Jeffrey Lacker, che non ha escluso una "modesta recessione", non hanno contribuito a migliorare il sentiment degli investitori. Pesanti ribassi hanno interessato il comparto finanziario sulla scia dei downgrade arrivati da diverse banche d'affari; tra i peggiori figurano Goldman Sachs con un -5,45% ed American Express un -4,11%. Tra i tecnologici si è mossa in controtendenza Google (+2,29%) dopo le perdite registrate negli ultimi giorni. Hanno chiuso in calo, invece, Microsoft (-3,71%), Yahoo (-1,19%) ed Apple (-1,74%).


martedì 5 febbraio 2008

Macroeconomia: Il settore dei servizi crolla a gennaio

L'indice ISM non manifatturiero è crollato lo scorso mese dai 54,4 punti di dicembre a 41,9 punti. Era dall'ottobre del 2001 che il dato che misura l'attività nel settore statunitense dei servizi non scendeva a tali livelli. Gli economisti avevano atteso solo un lieve calo a 53 punti. In seguito alla notizia i futures sui principali indici azionari hanno accelerato il ribasso. L'indice ISM non manifatturiero di gennaio sembra in effetti segnalare che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi già in un periodo di recessione.  Ricordiamo che un dato superiore a 50 punti segnala una crescita del settore non manifatturiero, mentre un dato inferiore ai 50 punti indica una sua contrazione.

lunedì 4 febbraio 2008

Chiusura Borse Usa

L'euforia generata dall'offerta d'acquisto da quasi 45 mld di dollari lanciata da Microsoft (-6,6%) su Yahoo (+47,97%) è stata in parte smorzata dalle deludenti statistiche macroeconomiche (a gennaio sono stati persi 17 mila posti di lavoro negli Usa; si tratta del primo segno negativo dopo quattro anni e mezzo) e dai timori legati allo stato di salute del mercato del credito, dove continua a tenere banco la possibilità di un taglio del rating di Ambac Financial e Mbia, i due maggiori bond insurers americani. Il Dow Jones ha guadagnato lo 0,73% a 12.743,19 punti, il Nasdaq lo 0,98% a 2.413,36 punti e lo S&P500 l'1,22% a 1.395,41 punti. Tra i titoli che si sono messi in evidenza segnaliamo: Google (ha perso l'8,58% sulla scia delle deludenti stime rilasciate per il trimestre in corso e dell'offerta lanciata da Microsoft su Yahoo), Motorola (ha guadagnato il 10,35% beneficiando dell'ipotesi di spin-off della divisione telefonia mobile), Exxon Mobil (ha ceduto lo 0,52% nonostante un utile trimestrale record di 11,66 mld di dollari) e General Motors (ha archiviato un +2,73% dopo avere annunciato un aumento delle vendite del 2,1% negli Usa a gennaio). (09:01:27 04/02/2008)


venerdì 1 febbraio 2008

Apertura borsa Italiana 01/02/2008

Apertura positiva per i principali indici europei: a Milano il Mibtel sta guadagnando lo 0,74%, a Londra il Ftse 100 è in rialzo del 2,0%, a Parigi il Cac 40 sta registrando un +1,63% e a Francoforte il Dax segna un +1,55%. L'avvio dei mercati del Vecchio Continente sta beneficiando in avvio della favorevole chiusura di Wall Street che ieri, dopo un avvio in tono minore sempre a causa delle solite preoccupazioni legate alla crisi del credito, è riuscita a terminare le contrattazioni in forte rialzo grazie alle rassicurazioni arrivate da MBIA, una delle più importanti società assicuratrici di bond, che si è detta fiduciosa sulla conferma del rating di qualità del credito. L'operatività odierna potrebbe tuttavia risentire sia della deludente trimestrale comunicata a mercati chiusi da Google (sia i ricavi che gli utili si sono attestati nella parte bassa delle stime) sia dell'attesa per gli importanti dati sul mercato del lavoro statunitense di gennaio che saranno comunicati nel primo pomeriggio, specie dopo che ieri le richieste settimanali di sussidi e l'indice Pmi di Chicago si sono rivelati peggiori delle previsioni. Per quanto riguarda i titoli di Piazza Affari, riflettori puntati su Alitalia dopo che AirOne, la società di Carlo Toto intenzionata a presentare un'offerta vincolante per la compagnia di bandiera, ha annunciato di voler ricorrere al Tar contro l'esclusività della trattativa in corso con Air Fance-Klm. Occhi puntati anche su Telecom Italia che, secondo indiscrezioni, avrebbe interrotto le valutazioni sullo scorporo della rete vista la contrarietà degli azionisti di Telco. La compagnia telefonica ha anche detto che l'ipotesi di fusione tra Tim Brasil e Vivo, controllata da Telefonica, è priva di ogni fondamento. Sempre sul listino principale si metteranno in evidenza anche Unicredit (la corte regionale di Monaco di Baviera ha dichiarato nulla la vendita di Bank Austria a Unicredit da parte di Hvb, controllata tedesca del gruppo) e Lottomatica (la controllata GTech Corporation ha lanciato con Medstroms un'offerta pubblica da 99 milioni di euro in contanti sulla svedese Boss Media). Per quanto riguarda il mercato valutario, infine, in questo momento il cambio tra euro e dollaro si sta mantenendo stabile a quota 1,4861.

Chiusura borsa Italiana 31/01/2008

Si è chiusa una giornata estremamente volatile per i mercati azionari europei, nel corso della quale l'operatività è stata soprattutto condizionata dalle indiscrezioni sul possibile peggioramento dei rating dei due principali bond insurers americani, Ambac Financial e Mbia (ha annunciato una perdita trimestrale di 2,3 mld di dollari dopo svalutazioni per 3,5mld), evento che potrebbe innescare una nuova ondata di svalutazioni per il sistema bancario internazionale indebolendone ulteriormente la solidità. I rumors circolati sul finale di seduta relativi a forti pressioni sulle agenzie di rating per ritardare un intervento del genere, hanno permesso ai listini del Vecchio Continente di azzerare le perdite: a Milano il Mibtel ha perso lo 0,04%, a Francoforte il Dax ha ceduto lo 0,34%, a Londra il Ftse100 ha registrato un +0,73% e a Parigi il Cac40 ha archiviato un -0,08%. La decisione della Fed di tagliare i tassi d'interesse di altri 50 pb al 3% (dopo i 75 pb della scorsa settimana) per cercare di ridare slancio all'economia statunitense (le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono aumentate di 69 mila unità a 375 mila) è passata così in secondo piano. Anche a Piazza Affari i riflettori sono stati puntati sui bancari: Unicredit ha perso il 2,75% (la Corte Regionale di Monaco di Baviera ha annullato le delibere assunte dall'assemblea straordinaria degli azionisti di Hvb del 2006 relative ad alcune transazioni infra-gruppo, tra cui il passaggio di Bank of Austria al gruppo italiano, sulla base di carenze formali afferenti lo svolgimento della stessa assemblea), Banco Popolare l'1,03% e Bca Mps l'1,05%. Ha chiuso in forte calo Alitalia (-3,22%): il mercato teme che l'attuale situazione politica italiana rischi di compromettere l'operazione con Air France-Klm. Il cda della compagnia di bandiera ha approvato il budget 2008 evidenziando la necessità di un aumento di capitale in tempi brevi (a dicembre la liquidità è calata a 367 mln di euro). Tra gli energetici spicca il +2,56% di Enel (l'ebitda è cresciuto del 25% a 10 mld di euro nel 2007), mentre Terna ha perso il 3,51% (in occasione della presentazione del piano industriale 2008-2012, l'amministratore delegato, Flavio Cattaneo, ha escluso la possibilità di un buy back o di un dividendo straordinario). Forti acquisti hanno interessato Luxottica (+4,13%) dopo il rinnovo dell'accordo di licenza con Chanel. Ha recuperato terreno anche Fondiaria-Sai (+4,18%) dopo il tonfo della vigilia. Sul mercato valutario l'euro è arrivato a superare quota 1,49 contro il dollaro spinto dai dati sull'inflazione nella Zona Euro (salita a gennaio al 3,2%) e dal taglio del costo del denaro negli Usa.

Chiusura borse USA 31/01/2008

Dopo una partenza negativa sulla scia dei rumors relativi ad un imminente taglio del rating di Ambac Financial e Mbia, i due principali bond insurers statunitensi, da parte di Moody's e S&P, Wall Street ha invertito rotta spinta dalle indiscrezioni relative a forti pressioni esercitate sulle due agenzie per ritardare il downgrade, intervento che potrebbe innescare una nuova ondata di svalutazioni per il sistema bancario. Il Dow Jones ha così guadagnato l'1,67% a 12.650,36 punti, il Nasdaq l'1,74% a 2.389,86 punti e lo S&P500 l'1,67% a 1.378,47 punti. Il recupero è stato innescato proprio dal comparto finanziario: Ambac ha registrato un +7,28%, Mbia un +11%, E*Trade un +9% e Bank of America un +4,6%. Le notizie arrivate dal fronte macroeconomico non hanno contribuito a riportare l'ottimismo tra gli operatori: le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono aumentate di 69 mila unità a 375 mila. Gli investitori attendono ora i dati di oggi sul tasso di disoccupazione relativo al mese di gennaio (le statistiche di mercoledì riportate da Adp hanno evidenziato che il settore privato a gennaio ha creato 130 mila posti di lavoro). Tra i titoli che si sono messi in evidenza segnaliamo: Burger King (ha guadagnato l'8,28% dopo avere annunciato risultati trimestrali superiori alle attese), Colgate (ha messo a segno un +4% dopo avere annunciato un utile trimestrale di 414,9 mln di dollari), MasterCard (ha archiviato un +9,5% dopo avere annunciato un utile trimestrale salito a 304,2 mln di dollari) e Starbucks (ha perso l'1,61% dopo avere annunciato una modesta crescita dell'utile trimestrale, +2% a 208 mln di dollari).

giovedì 31 gennaio 2008

L’isteria delle borse - Dalla crisi dei mutui ai timori di recessione

Negli ultimi giorni le borse di tutto il mondo hanno dato segni di elevato nervosismo che possiamo
definire senza giri di parole 'isteria' per via del rapido e continuo cambio di direzione del trend delle
quotazioni.
Il nostro indice SPMib 40 lunedì 21 gennaio ha perso il 4,25% (più o meno come le altre borse
europee).
Il giorno dopo il Sole 24 Ore, il maggior giornale economico italiano ed uno dei primi in Europa,
titolava così: "Il rischio Usa affonda le Borse….persi 440 miliardi".
Il giorno dopo, martedì 22 gennaio l'indice ha segnato il 6,11%. Lo stesso giornale titolava la prima
pagina così: taglio shock dei tassi Usa ferma il crollo delle Borse..
Il 23 gennaio nuovo crollo dell'indice pari al 5,30%.
Il titolo del giornale è stato: "Trichet gela le Borse europee.."
Se guardiamo l'andamento dell'indice dal 2 gennaio al 23 gennaio vediamo che ha perso oltre il
14%. Le cose non sono molto diverse per le altre borse.
Dunque le borse hanno aperto il 2008 al ribasso.
I timori per la recessione Usa sono diventate certezze
Tutte quelle belle analisi che sostenevano che la crescita economica europea era ed è robusta e
soprattutto che le economie dei paesi emergenti con i loro elevati tassi di crescita, potevano
supplire al rallentamento americano, hanno finito col risultare poco attendibili (o almeno questa
sembra la percezione dominante dei mercati).
La Cina ha chiuso il 2007 con una crescita record del PIL superiore all'11%. Ciò nonostante
l'indice della borsa di Pechino da inizio anno ha perso il 17%. Poco male visto che nel 2007 è
cresciuta di oltre il 50%.
Il Dow Jones, l'indice della principale borsa del modo, da inizio anno ha perso poco più del 7%
mentre nel 2007 aveva segnato un rialzo di poco superiore al 6%.
Il ribasso di questi giorni, arriva da lontano e ha a che fare con la crisi subprime
Se diamo un'occhiata ai grafici delle varie borse possiamo notare che il ribasso in realtà inizia
verso la metà del mese di ottobre 2007 .
L'11 ottobre il Dow Jones, dopo aver toccato il suo massimo storico a quota 14198, chiude in
ribasso e da quel momento inizia una lenta discesa che al 23 gennaio 2008 risulta pari al 13,58%.
In Europa il Dax, l'indice della borsa tedesca, nello stesso periodo perde il 19%. Il nostro
SPMIB40 perde il 19,56%. Le altre borse europee si sono mosse nello stesso modo. L'indice Hang
Seng di Pechino tra il 1° novembre e il 23 gennaio perde il 35%.
Se osserviamo l'indice mondiale MSCI WORLD, che sintetizza l'andamento di tutte le principali
borse del mondo, vediamo che dopo un rialzo che durava dal marzo 2003, nel luglio 2007 segna
un primo deciso ribasso che arriva fino a metà agosto. E' il periodo dello scoppio dei mutui
subprime che dall'America si diffonde a tutto il mondo in pochi attimi. In un solo mese perde oltre il
9%.
Poi , grazie soprattutto all'azione energica delle banche centrali di tutto il mondo che iniziano a
pompare liquidità nel sistema e ad abbassare i tassi d'interesse, le borse riprendono a salire e così
l'indice MSCI WORLD si riporta sui massimi che raggiunge il 12 ottobre, dopo di che riprende a
scendere. Dal 12 ottobre ad oggi, 23 gennaio, il ribasso è del 17%.
Tra le ragioni del ribasso non sembrano esserci dubbi circa la responsabilità della frenata
dell'economia americana e dei suoi riflessi su quella mondiale come primo elemento. Poi, come
seconda ragione, si fa riferimento alla crisi dei mutui subprime e alla conseguente stretta sul
mondo del credito alle famiglie e alle imprese.
www.winconsulting.it 2/6
Tutti auspicano che la FED e poi la BCE e poi le altre principali banche centrali del pianeta
abbassino ulteriormente i tassi d'interesse per stimolare la crescita economica. Il ribasso delle
borse sembra fare paura a tutti. Si sorvola sul fatto che i mercati azionari siano saliti quasi
ininterrottamente dal 2003 al 2007.
Pochi hanno voglia di parlare dei problemi reali che stanno dietro a questa crisi, tra i quali citiamo:
 L'elevato deficit americano
 Il livello esagerato che avevano raggiunto i prezzi delle case prima che scoppiasse la crisi
 L'elevato ricorso delle famiglie americane (e non solo) all'indebitamento proprio grazie al
basso livello dei tassi d'interesse e alla facilità con cui vengono concessi i crediti
 La scomparsa del risparmio (a questo proposito si veda la fuga dai fondi d'investimento da
parte dei risparmiatori italiani.
La corsa forsennata a sottovalutare il rischio, nelle sue diverse componenti, da parte di tutti
( investitori privati, investitori istituzionali, società di rating, banche ordinarie e banche
specializzate in mutui e prestiti).
 L'elevato consumismo che attanaglia ormai tutto il mondo, (paesi industrializzati e paesi
emergenti) per cui si continua ad acquistare beni di cui non sempre si ha bisogno.
Oltre a questi problemi reali pensiamo ce ne siano altri, ma per quanto ci riguarda l'elenco è già
abbastanza lungo.
Fra tutti i problemi sopracitati il più pericoloso, a nostro avviso,è la sottovalutazione del rischio
finanziario così ampiamente diffusa.
E' ampiamente diffusa tra i risparmiatori che sottoscrivono strumenti finanziari, talvolta
incomprensibili e comunque molto rischiosi; tra le banche che continuano a collocare strumenti
d'investimento troppo rischiosi e non vogliono capire che a forza di massacrare i risparmiatori
arriverà il momento in cui non resterà più nessuno disposto ad investire o a farsi massacrare; è
diffusa tra le società di rating che negli ultimi anni hanno toppato troppe volte il giudizio su società
emittenti ti titoli dimostratisi spazzatura; e soprattutto è diffusa tra le massime istituzioni come le
banche centrali che continuano ad essere ostaggi delle borse o meglio dell'isteria delle borse. Le
banche centrali troppo facili ad aprire il cordone della borsa attraverso la riduzione dei tassi
d'interesse o attraverso le ingenti immissioni di liquidità nel sistema ad ogni stormir di foglie. Le
stesse banche centrali che, unitamente alle altre autorità di controllo, intervengono sempre con
eccessivo ritardo nei controlli presso i soggetti finanziari interessati all'erogazione del credito e
all'intermediazione finanziaria.
La sottovalutazione del rischio porta ad indebitarsi ben oltre il proprio reddito nella speranza di far
fronte ai debiti con guadagni che possono arrivare da investimenti altamente speculativi. Il corto
circuito innestato dai mutui subprime è eloquente. La gente si è indebitata anche quando non
aveva garanzie sufficienti a garantire la restituzione delle rate. Utilizzavano i crediti per acquistare
la casa (fidando nella rivalutazione dei prezzi) o per acquistare titoli azionari o obbligazioni ad alto
reddito. Le banche e le società specializzate in prestiti e mutui hanno concesso crediti con troppa
facilità contando sulla possibilità di "cartolarizzare" quei crediti ( operazione attraverso la quale si
collocano questi crediti sotto forma di obbligazioni più o meno strutturate ad altre istituzioni
finanziarie che allora volta cercavano di ricollocarli presso i risparmiatori finali arrivando così a
spalmare il rischio su una platea ampia di soggetti dislocati in tutto il mondo). Il comune
denominatore per tutti i soggetti interessati è la sottovalutazione del rischio finanziario che porta a
alla ricerca di facili guadagno e a sottoscrivere bond che offrono rendimenti più alti delle normali
obbligazioni o dei titoli di stato in circolazione. Naturalmente chi ha sottoscritto questi titoli ha
sorvolato sul fatto che una obbligazione che offre un rendimento più alto di un'altra ha insito un
rischio più alto e una maggiore possibilità di default (inteso come incapacità a rimborsare il
capitale) più elevato.
Si paga un premio maggiore per un rischio maggiore: è sempre stato così e sarà sempre così.
www.winconsulting.it 3/6
Gli esempi di default che si possono fare sono migliaia: dai bond russi a quelli argentini, dal caso
Parmalat in Italia, al caso Enronn in America per finire col caso della banca inglese Northern Rock
assediata dai risparmiatori in coda per ritirare i propri risparmi dopo il crollo in Borsa.
All'inizio di questa crisi (metà agosto - momento dello scoppio di questa ennesima bolla
speculativa) da parte delle istituzioni finanziarie e non solo, ci fu una corsa generale a rassicurare i
mercati e quindi investitori e risparmiatori che si trattava di un fenomeno marginale che non
avrebbe minimamente intaccato il sistema finanziario. Nessuno però riusciva a dare cifre. Giorno
dopo giorno però i grandi gruppi bancari coinvolti (da Merrill Linch a Goldman Sach, da UBS a
Societè Generale, da Intesa San Paolo a Unicredit, hanno cominciato a fornire qualche cifra sicché
si è capito che si trattava di un fatto molto importante. In Borsa i titoli bancari cominciano ad
accusare forti ribassi che finiranno col condizionare tutti i listini.
Alla data odierna si parla di una voragine superiore ai 100 miliardi di dollari, oltre 71 miliardi di euro
al cambio di 1,40 (e non facciamo il cambio alle vecchie lire perché viene fuori una cifra non
prevista nemmeno da una normale calcolatrice finanziaria) persi nella crisi dei mutui subprime.
Una cifra che appare necessariamente provvisoria, fino a quando non verranno fatti calcoli più
definitivi (e non è detto che questi calcoli verranno mai fatti).
Ribasso temporaneo o inversione di tendenza?
Come prima cosa , per quanto riguarda l'attuale ribasso delle borse, noi pensiamo che non sia il
caso di farne un dramma (dopo gli anni di rialzo è normale che ci sia un periodo di ribasso) e
addirittura riteniamo possa essere salutare se contribuirà a far tornare tutti con i piedi per terra
ovvero se contribuirà a mettere di nuovo al centro la corretta valutazione del rischio, a tutti i livelli.
Per questo riteniamo sbagliata (nel senso dell'inefficienza del rimedio oltre il breve termine) la
riduzione dei tassi d'interesse in assenza di interventi strutturali. La politica monetaria da sola non
basta più a determinare il tasso di crescita dell'economia e soprattutto riteniamo che non debba
essere usata per combattere l'isteria delle borse che oggi perdono il 5% temendo la recessione
economica e l'indomani recuperano il 6% perché c'è chi compra in quanto ritiene interessanti i
livelli di prezzo raggiunti dai titoli quotati.
La Borsa ha un rischio intrinseco piuttosto elevato, che aumenta ancora di più quando aumenta
considerevolmente la volatilità dei corsi, come sta accadendo in questi ultimi tempi.
Solo per fare qualche esempio la volatilità dell'indice SPMIB40, degli ultimi giorni è sui massimi
assoluti degli ultimi 5 anni. Negli ultimi 10 giorni è più che raddoppiata. Qualche altro raffronto può
chiarire meglio il concetto. Lo scorso 20 agosto, all'indomani dello scoppio della crisi subprime la
volatilità dei corsi dell'indice SPMIB 40 aveva toccato quota 839 punti. Ieri, 23 gennaio, ha toccato
quota 987.
Quando la volatilità è molto alta l'escursione tra massimo e minimo è altrettanto alta così come le
continue inversioni del trend.
In momenti come questo è consigliabile operare solo se si è realmente in grado di gestire la
volatilità sia in termini di tempestività di esecuzione degli ordini sia in merito ai target da fissare
(stop loss e stop profit).
Le prospettive delle Borse per il prossimo futuro, dal punto di vista macroeconomico, o meglio in
considerazione del rapporto esistente tra ciclo economico e ciclo di borsa, non sono per niente
buone. Le Borse di solito anticipano i cicli economici ; cominciano a scendere quando si prospetta
una bassa crescita economica e riprendono a salire quando migliorano le aspettative di una fase
espansiva dell'economia.
Le prospettive per il prossimo futuro, secondo l'analisi tecnica sono tutt'altro che rosee perché ci
sono elevate possibilità che il ribasso prosegua ( si va da una perdita di un altro 10% fino al 18%
dai valori attuali). Ovviamente data l 'elevata volatilità esistente sui mercati in questo momento,
avremo frequenti inversione di direzione del trend dei prezzi. A forti ribassi seguiranno forti rialzi,
ma il trend di medio-lungo termine resta ribassista.

ALITALIA: PROFONDO ROSSO CONTI,SERVE INIEZIONE 750 MLN /ANSA

tramite Borse.it news di news@borse.it il 30/01/08
(ANSA) - ROMA, 30 GEN - Conti sempre piu' in rosso per Alitalia. Che a dicembre ha ridotto ulteriormente la liquidita' a 367 milioni di euro, aumentando l'indebitamento a 1,199 miliardi e restringendo cosi' il tempo di sopravvivenza a circa sei mesi. Per contenere ''l'insostenibile trend di perdite'' e ''la progressiva erosione di liquidita''' il consiglio di amministrazione, approvando il budget 2008, ha confermato l'urgenza un aumento di capitale, quantificandolo in 750 milioni per meta' di quest'anno. Il risultato operativo industriale, hanno sottolineato gli amministratori, ''registra un consistente peggioramento rispetto a quello indicato nel primo anno di piano'' e l'Ebitdar (il margine utilizzato per determinare la redditivita' operativa dei vettori) e' previsto attestarsi sui 3 punti percentuali dei ricavi. Il cda prevede un'ulteriore riduzione di attivita' e razionalizzazione del network rispetto a quanto ipotizzato per il 2008 dal piano di sopravvivenza/transizione sia per la maggiore gradualita' nell'attuazione delle azioni industriali previste sia per quanto riguarda i ricavi sia per i costi legati, tra l'altro, al caro-carburante. Per restare sul mercato Alitalia e' obbligata a ''forti integrazioni industriali'' con altre compagnie aeree e nel frattempo la ricetta per la sopravvivenza e' di adeguare la capacita' offerta alle attuali prospettive di mercato, puntare su un singolo hub, razionalizzare il network internazionale, ridisegnare i prodotti considerando le caratteristiche di ciascun mercato, rilanciare il marchio italiano, recuperare terreno sui mercati/rotte strategiche, oggi sottoperformanti, aumentare la profittabilita' unitaria del cargo, sviluppare il business low cost nei settori internazionale e bypass domestico. Intanto, il presidente della Lombardia Roberto Formigoni scommette sulla moratoria che possa evitare nei prossimi tre anni il taglio dei voli Alitalia su Malpensa, che secondo il piano della compagnia dovrebbe partire dal 30 marzo prossimo con il programma della stagione estiva, che sara' presentato ufficialmente venerdi' prossimo. E che dei 17 collegamenti intercontinentali prevede siano mantenuti quelli per New York, San Paolo e Tokio, la cancellazione di Delhi, Bombay (dopo quella di Shangai avvenuta a meta' gennaio) ed il trasferimento delle restanti 12 rotte su Fiumicino. Domani, poi, Alitalia ''sicuramente comunichera' la cessione di un numero di slot (bande orarie d'arrivo e di partenza in un aeroporto) sullo scalo di Malpensa per la prossima stagione'' ha detto il presidente di Assoclearence Carlo Griselli. Il taglio di voli e la cessione di alcuni slot su Malpensa sono ''decisioni pesantissime e vanno fermate'' ha rilevato Formigoni aggiungendo che ''adesso la compagnia sta trattando con Air France senza condizioni'' la privatizzazione ed ''e' questo governo che deve porre la condizione della moratoria''. La trattativa in esclusiva fra Alitalia e Air France-Klm, nel frattempo, va avanti e solo nel caso in cui si vada ad un nuovo governo ''si dovra' ridiscutere tutto'' ha spiegato il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi. Infatti, ha aggiunto, il governo portera' avanti l'iter ''anche in un regime di amministrazione ordinaria perche' e' una procedura che e' stata fissata e sarebbe difficile ed irragionevole fermarla'', nonostante ''dovrebbe essere esaminata a fondo anche l'altra offerta'', quella di AirOne ''che oggi e' stata aggiornata''. Ad un compromesso sull'allungamento dei tempi per il taglio dei voli su Malpensa, hanno lavorato Palazzo Chigi e Regione Lombardia e Formigoni che nell'annunciarlo ne chiede la formalizzazione politica. ''Il governo attraverso un suo atto deve indicare la nuova strada'' ha aggiunto il governatore della Lombardia indicando come luogo per farlo 'il tavolo Milano' (con Regione ed enti locali) e auspicando che venga riconvocato la prossima settimana a palazzo Chigi. Al Pirellone c'e' chi prevede gia' domani una prima decisione da parte di Palazzo Chigi sulla possibilita' di inserire la moratoria come condizione per la vendita di Alitalia ad Air France. L'ipotesi di separare i destini di Malpensa da quelli di Alitalia, ''oltre che velleitario, e' un clamoroso errore'' per il segretario generale della Filt Cgil, Fabrizio Solari secondo cui ''al nostro Paese serve mantenere un forte presidio nell'industria del trasporto aereo''. (stefania.defrancesco@ansa.it). (ANSA).

(22:17:00 30/01/2008)


Chiusura Borse Usa

tramite Borse.it news di news@borse.it il 31/01/08
Si è chiusa una seduta estremamente volatile per i mercati azionari americani, condizionati ancora una volta dai timori legati allo stato di salute dell'economia americana e del sistema finanziario: il Dow Jones ha perso lo 0,30% a 12.442,83 punti, il Nasdaq lo 0,38% a 2.349 punti e lo S&P500 lo 0,48% a 1.355,81 punti. Dopo una partenza incerta sulla scia di dati macroeconomici contrastanti (il Pil nel quarto trimestre è cresciuto solo dello 0,6%, l'inflazione core ha mostrato una forte accelerazione nello stesso periodo e i posti di lavoro creati dal settore privato sono stati 130 mila a gennaio) Wall Street è riuscita a virare al rialzo grazie alla decisione della Fed di tagliare il costo del denaro di un altro mezzo punto (al 3%) dopo i 75 pb della scorsa settimana. La Banca Centrale statunitense ha così ribadito la volontà di ridare slancio alla locomotiva Usa, obiettivo considerato prioritario rispetto al controllo dei prezzi, e non ha escluso ulteriori interventi se sarà necessario. L'euforia per questa manovra si è però esaurita nelle battute finali quando sono tornate a circolare voci sul possibile downgrade del rating dei due principali bond insurers statunitensi, Ambac Financial (-16,09%) e Mbia (-12,64%), a causa dei sempre maggiori rimborsi dovuti in seguito al forte aumento delle insolvenze innescato dalla crisi dei mutui. Anche la seduta odierna si preannuncia ricca di statistiche macroeconomiche importanti che potrebbero condizionare l'operatività degli investitori; sono previsti i dati sulle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, quelli di dicembre sui redditi e le spese delle famiglie (attenzione alla componente inflazione) e il Pmi di Chicago di gennaio.

(09:04:39 31/01/2008)


Dati di apertura 31/01/2008

Apertura positiva per i principali indici europei: a Milano il Mibtel sta guadagnando lo 0,21%, a Londra il Ftse 100 è invariato, a Parigi il Cac 40 sta registrando un +0,42% e a Francoforte il Dax segna un +0,02%. Il moderato rialzo dei mercati risente soprattutto della debole chiusura di ieri di Wall Street, penalizzata nel finale di seduta dalle indiscrezioni relative a possibili downgrade da parte delle agenzie di rating sulle società assicuratrici di bond, come Ambac e Mbia, che hanno interamente annullato i guadagni registrati dopo l'annuncio della Fed di tagliare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale. Ma a preoccupare gli operatori sono anche le deludenti notizie giunte dal fronte macroeconomico dopo che il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha comunicato che nel quarto trimestre 2007 il Pil ha mostrato una crescita dello 0,6%, il peggiore dato degli ultimi cinque anni e ben al di sotto delle previsioni. Grande attenzione, quindi sarà rivolta verso i nuovi dati in agenda per il pomeriggio come le spese personali di dicembre e l'indice Pmi di Chicago di gennaio. Per quanto riguarda di Piazza Affari, come al solito l'attenzione degli investitori sarà rivolta soprattutto verso i titoli del comparto bancario ed assicurativo ed in particolare verso Unicredit (secondo indiscrezioni Pirelli RE dovrebbe presentare oggi l'offerta per l'acquisto di Pioneer, fondi immobiliari del gruppo, mentre Beni Stabili avrebbe rinunciato), Fondiaria-Sai (lancerà un'Opas sulle azioni non detenute di Immobiliare Lombarda che sarà pagata in parte in contanti in parte con azioni della controllata Milano Assicurazioni) e su Generali (l'amministratore delegato Sergio Balbinot ha detto che la compagnia è interessata al mercato statunitense, ma ha un approccio selettivo che guarda a segmenti specializzati e non è disposta a operazioni a qualsiasi prezzo). Occhi puntati anche ssul titolo Alitalia che ieri ha fatto sapere che il risultato operativo industriale del 2008, pur se leggermente migliore di quello stimato per il 2007, registra un consistente peggioramento rispetto a quanto previsto. Inoltre, la liquidità al 31 dicembre 2007 era pari a 367 milioni di euro, in calo del 7,1% rispetto ai 395 milioni di fine novembre. Per quanto riguarda il mercato valutario, infine, il taglio dei tassi deciso ieri dalla Banca Centrale Usa ha avuto l'effetto di indebolire il dollaro contro l'euro riportando il cambio tra le due monete a quota 1,4856.

mercoledì 30 gennaio 2008

Apertura Borse USA 30/01/2008

Apertura negativa per i mercati azionari americani: il Dow Jones perde lo 0,27%, il Nasdaq lo 0,58% e lo S&P500 lo 0,37%. L’avvio di seduta riflette i dati contrastanti arrivati dal fronte macroeconomico: da un lato il rapporto Adp ha evidenziato un mercato del lavoro in salute con il settore privato che a gennaio ha creato 130 mila nuovi posti (una buona notizia per i consumi), dall’altro le statistiche sul Pil non solo hanno mostrato la peggiore crescita degli ultimi cinque anni (+0,6%), ma hanno anche portato alla luce nuove tensioni sui prezzi (inflazione core al 2,7%). Questo contesto ha aumentato le incertezze sulle mosse di politica monetaria della Banca Centrale americana: gli operatori si aspettano un taglio nella riunione di questa sera, ma i dubbi riguardano l’entità della manovra. Tra i titoli da tenere sotto osservazione segnaliamo: Yahoo (l’amministratore delegato Jerry Yang ha detto di aspettarsi un 2008 difficile), Boeing (ha chiuso il quarto trimestre con un utile salito a 1,03 mld di dollari, oltre le attese degli analisti), Merck (ha chiuso il quarto trimestre in perdita a causa degli oneri legati al farmaco Vioxx, ma ha comunque battuto le attese degli analisti) e Kraft Foods (ha chiuso il trimestre con risultati in linea con le attese del mercato).

Pil Usa sotto le attese: +0,6% nel IV trimestre (2,2% nel 2007)

Frena l'economia Usa: il prodotto nazionale lordo statunitense nel quarto trimestre 2007 è cresciuto solo dello 0,6%, in base alla prima lettura diffusa oggi, contro il +4,9% del terzo trimestre (le attese erano per una crescita dell'1,2%). Per l'intero 2007 il tasso di crescita dell'economia degli Stati Uniti è stato del 2,2% dopo il +3,3% registrato nel 2006. Nel quarto trimestre 2007 si è registrata anche una frenata dei consumi privati, +2,0% contro +2,8% del precedente trimestre. Il tasso d' inflazione «core» (senza cibo e petrolio) negli Usa nel quarto trimestre è balzato a +2,7% contro +2,0% del precedente trimestre. L' andamento è fotografato in base ai prezzi di beni e servizi acquistati dai consumatori.

Crisi mutui, l'Fbi apre inchiesta su 14 banche

La crisi dei mutui subprime assume un nuovo risvolto legale. L'Fbi ha annunciato di star indagando su 14 istituzioni finanziarie in relazione alla vendita dei mutui subprime e alla loro cartolarizzazione. L'ipotesi è che siano stati concessi mutui subprime pur in assenza di valide garanzie reddituali e che in seguito questi mutui siano stati collocati sul mercato senza che se ne rivelasse il vero livello di rischio. Di qui l'ipotesi di frode.
L'Fbi non ha rivelato il nome delle istituzioni finite sotto indagine. L'inchiesta delle autorità federali sulla crisi dei mutui subprime non è del resto l'unica avviata dalle autorità di controllo. Nelle scorse settimane i procuratori dello stato di New York e del Connecticut hanno reso noto di star esaminando se le banche di Wall Street abbiano nascosto agli investitori dettagli sul reale livello di rischio delle cartolarizzazioni di mutui subprime esponendoli così a rischi ingiustificati. Ieri, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Bear Stearns hanno rivelato in aggiornamenti alla Sec di aver risposto positivamente alle richieste di documenti avanzate da varie agenzie di controllo non meglio identificate. Le statistiche fornite dall'Fbi confermano intanto che i casi per frodi legate ai mutui sono in forte aumento: al momento sono aperti 1.210 dossier contro i circa 800 di un anno fa.

Usa: indice fiducia consumatori gennaio scende a 87,9

(Teleborsa) - Roma, 29 gen - In calo ma meno delle attese l'indice della fiducia dei consumatori americani, che si attesta a gennaio 87,9 punti dai 90,6 rivisti di dicembre. Il dato comunicato dal Conference Board degli Stati Uniti. Le attese degli analisti erano per una contrazione a 87,5 punti. Il sondaggio sulla fiducia dei consumatori è basato su un campione rappresentativo di 5.000 famiglie americane ed è condotto per il Conference Board dal NFO WorldGoup. Nello stesso periodo l'indice sulla situazione presente è salito a 115,3 da 112,9, mentre l'indice sulle attese ha evidenziato un calo a 69,6 da 75,8 del mese precedente.

martedì 29 gennaio 2008

Ancora scricchiolii...

Dopo la crisi dei mutui subprime, che pur avendo colpito una piccola parte della popolazione americana, ha avuto effetti comunque devastanti per l'economia mondiale, si sta avvicinando lo spettro di una nuova crisi ben più preoccupante.
Stavolta i segnali stanno arrivando dalle carte di credito "revolving".
Cito:
"In un articolo dal titolo di per sé inquietante, Recession Coming, Richard Berner e David Greenlaw, economisti di Morgan Stanley ma non per questo da considerarsi automaticamente embedded, affermano che, a causa degli effetti della più grave crisi finanziaria degli ultimi sessanta anni, allo sciopero degli investitori farà con ogni probabilità seguito il ben più temibile sciopero dei consumatori più consumatori del mondo, le voraci cicale statunitensi che saranno costretti a mettere il silenziatore al frenetico zip zip delle loro micidiali carte di credito revolving che, seppur in attesa della conferma statistica, sono caratterizzate da un outstanding che ormai sfiora i mille miliardi di dollari."

Se qualcosa ha da succedere state pur sicuri che succederà e non sarà indolore.

I TITOLI CASSAFORTE / Azioni con potenzialità di ripresa

di Paolo Zucca

Di "titoli con la corazza" ce ne sono pochi. Mercoledì un difensivo come Edison ha subito una botta dell'8% a 1,6 euro (era 2,12 a inizio 2008). Individuare 10 titoli su cui impostare un portafoglio azionario italiano per i prossimi 18 mesi è come camminare sul filo.

Accetta la sfida Pio De Gregorio, responsabile della direzione equity di Centrobanca. «Ci sono occasioni molto attraenti – premette –; la traccia del dividend yield (il rapporto fra dividendo per azione e quotazione) è corretta soprattutto se si incrocia con la forza patrimoniale e la capacità di business. In diversi casi, visti i prezzi molto sacrificati, si può abbinare l'incasso praticamente certo dei dividendi con un buon capital gain che potrebbe emergere da un clima di normalità».
De Gregorio indica «Enel, che ha subito pesanti correzioni e che a nostro giudizio è sotto di 1,5 euro il fair value; il dividendo è consistente. Due big bancarie, UniCredit e Intesa Sanpaolo, e soprattutto la seconda per il dividendo cui potrebbe aggiungersi una cedola straordinaria. Le banche italiane hanno solo parte del loro business nell'investment banking, il profilo di rischio è più contenuto».
«Anche nei media ci sono opportunità come Mondadori e Mediaset per gli alti ritorni da dividendo e grande solidità finanziaria. Aggiungerei Seat Pg, non per le cedole. È enormemente sottovalutata nella convinzione che i grandi motori di ricerca possano erodere business. Non credo sarà così». Per Finmeccanica «non per la cedola quanto dell'attesa per la chiusura di un maxi contratto per la fornitura di elicotteri negli Usa, una garanzia per i prossimi anni». Per le Telecom ordinarie e risparmio le potenzialità sono molte. Infine Luxottica, che può rafforzarsi dalla razionalizzazione delle acquisizioni fatte e con nuova crescita in Asia, Cina in particolare, e Italcementi che pure ha molto internazionalizzato le proprie attività. Anche in questo caso i prezzi attuali sono molto convenienti».
Concorda su Luxottica, UniCredit, Telecom anche Giorgio Giovannini, country manager di Henderson Global Investors. E aggiunge Fiat, Generali, Banco Popolare, Tiscali ed Edison «per il consolidamento del settore». E «per non ingessarsi sulle blue chip perdendo anche lo slancio di una eventuale ripresa aggiungo anche Guala, per la presenza internazionale, e Brioschi, fra i migliori immobiliari».

paolo.zucca@ilsole24ore.com

26 gennaio 2008

La crisi dei subprime (riassunto)

  • nel periodo caratterizzato da bassi tassi d’interesse molti americani contraggono mutui a tasso variabile per comprare casa.
  • i mutui vengono cartolarizzati dagli istitui finanziari che emettono obbligazioni subprime acquistate da investitori desiderosi di rendimenti più alti (perchè il rischio è maggiore) ed anche da molte banche per alzare il rendimento dei portafogli.
  • i tassi americani passano dall'1% al 5,25% in due anni.








  • i mutuatari a tasso variabile non ce la fanno a pagare le rate cresciute troppo, e questo crea problemi nel rimborso agli investitori. Le istituzioni finanziarie lanciano i primi 'warning'
  • molti detentori di tali obbligazioni iniziano a disfarsene e a venderle facendo crollare il loro prezzo, questo crea una crisi di fiducia nel mercato, lontanamente simile al bank run (assalto agli sportelli) del 1907.
  • la Fed inietta liquidità con massicci pronti contro termine, tuttavia gli strumenti che le moderne banche centrali possiedono per simili eventualità possono agire direttamente solo nei confronti del tradizionale sistema bancario e non toccano direttamente il settore finanziario non bancario che è stato più duramente colpito dalla crisi di fiducia. Questo comporta un'azione parallela di politica monetaria sui tassi di sconto dei fed funds portati dal 6,25% al 5,75% che prende molti in contropiede.
Le possibili mosse della F.e.d. :
  • Nel caso in cui si taglino i tassi c'è il rischio che la mossa possa non servire a molto, costringendo ad un ulteriore taglio ed alla crisi di credibilità della Fed, oltre al rischio di danneggiare l'economia vista la crescita del Pil del secondo semestre al 4% e tenendo presente il fatto che una mossa di politica monetaria riversa i suoi effetti su un arco di 12/18 mesi.
  • Nel caso in cui non si taglino i tassi c'è il rischio che il mercato reagisca male, visto che i tassi impliciti sui future dei depositi anticipano già una riduzione dei Fed Funds Rates di almeno 50 punti base, e visto anche che il recupero di Wall Street è legato a queste aspettative di riduzione dei tassi.

Crisi Finanziaria

De Benedetti: "Crisi senza precedenti"

"Le ricette Usa non funzioneranno"

DAVOS - "Ho visto tante crisi in vita mia, ma erano circoscritte a una zona geografica (Messico, Thailandia, Russia) o a un'entità finanziaria come lo hedge fund Ltcm, che fu salvato facilmente da un'azione concertata delle banche americane. Perfino la crisi delle Savings&Loans, forse la più grande per dimensioni, era localizzata negli Stati Uniti. Quella che stiamo vivendo invece riguarda l'intero sistema finanziario mondiale". A Davos per il World Economic Forum, il presidente del gruppo Cir e dell'Editoriale L'Espresso, Carlo De Benedetti, analizza la tempesta globale che è al centro dell'attenzione del summit.

Il robusto taglio dei tassi Usa può segnare una svolta, insieme con la manovra fiscale di aiuti alle famiglie che Bush e il Congresso stanno per varare?
"Questa è una crisi destinata a durare. La mossa inusuale della Fed, quando sarà stata digerita dai mercati nel suo significato reale, rischia di confermare un senso di affanno. Inoltre da Greenspan a Bernanke la banca centrale americana sembra preoccuparsi più di Wall Street che di Main Street, si focalizza sui problemi del mondo finanziario più che sull'economia reale. Si rischia di creare un moral hazard, dando l'impressione agli operatori finanziari che le autorità monetarie li mettono al riparo dal rischio. Dietro la proliferazione patologica di strumenti finanziari ad altissimo contenuto di indebitamento c'è un controllo insufficiente da parte della banca centrale. In quanto agli annunci dell'Amministrazione Bush finora sono accolti quasi con indifferenza dai mercati. Anche l'aiuto fiscale, come il taglio dei tassi, arriva comunque troppo tardi".


Qui a Davos gli esponenti dei governi, i banchieri, gli imprenditori e gli economisti si interrogano sulla natura della "frenata" americana: è recessione?
"Non è molto rilevante il dibattito semantico tra chi sostiene che la recessione è già in atto e chi preferisce ancora parlare di un pesante rallentamento. In realtà nessuno sa quando toccheremo il fondo del barile. Di certo la caduta del mercato immobiliare americano non è un fenomeno che si esaurisce in un trimestre. C'è il rischio che quanto abbiamo visto finora sia solo un inizio. Sul mercato interbancario c'è una semiparalisi, perché ogni banca teme che la banca di fronte abbia un bilancio peggiore del suo. Il sistema creditizio fornisce linfa vitale all'attività delle imprese, è illusorio pensare che non ci siano conseguenze sugli investimenti produttivi e sull'economia reale".

C'è ancora chi spera nel decoupling: e cioè che l'Unione europea e l'Asia possano sganciarsi dal ciclo americano.
"Nell'Unione europea lo choc potrebbe essere un po' meno severo perché non c'è quell'eccesso di indebitamento delle famiglie di cui soffre l'America. Tuttavia nessuno è al riparo, tantomeno l'Italia che è l'anello debole fra le economie europee. In quanto all'Asia, è più probabile che riesca ad evitare una recessione, ma non manterrà ritmi di sviluppo così vigorosi da trainare la crescita mondiale ai livelli degli anni precedenti. Bisogna avere presente le esigenze differenti delle diverse aree del mondo. Una crescita del Pil limitata all'1% non è brillante ma neppure catastrofica per continenti di vecchia industrializzazione come Stati Uniti ed Europa. Per la Cina invece crescere "solo" del 5% (dall'11% attuale) sarebbe un serio problema. Per loro natura quei giganti emergenti hanno bisogno di tenere una velocità di sviluppo molto sostenuta. Chi spera nel decoupling sottovaluta poi i meccanismi di interconnessione che legano i soggetti dell'economia globale. Una contrazione dei consumi negli Stati Uniti penalizza tutte le nazioni che esportano su quel mercato. La domanda endogena della Cina non può supplire da sola, se l'America riduce le sue importazioni".

Dopo i mutui subprime dove può scoppiare il prossimo "incidente"?
"E' vulnerabile l'intero settore dei finanziamenti al consumo, cominciando dalle carte di credito. Negli Stati Uniti spesso i consumatori possiedono più di una carta di credito e le utilizzano fino al massimo scoperto consentito. Alcune banche che emettono carte di credito cominciano a segnalare insolvenze dei clienti fino al 30%. Più in generale, lo stesso progresso tecnologico che ha favorito la creazione degli strumenti derivati ha cambiato le regole del gioco della finanza. La massa monetaria definita secondo i criteri tradizionali non è più un indicatore che rappresenta la realtà in modo adeguato. Le banche che hanno creduto di eliminare il rischio attraverso la cartolarizzazione, oggi se lo vedono tornare a casa su una scala moltiplicata".

In tutti i paesi si assiste a un'ondata di riscatti dai fondi comuni d'investimento. In uno scenario dominato dall'incertezza quali regole dovrebbe seguire un risparmiatore?
"La liquidità e i buoni del Tesoro sono un rifugio. E a prescindere dalle previsioni che si possono fare sul futuro del dollaro, per chi vive e spende il suo reddito nell'Unione europea è naturalmente più prudente investire in euro".

Come si innesta questa crisi sui cambiamenti strutturali dell'economia globale, sui nuovi rapporti di forze tra le grandi aree del mondo?
"L'assetto su cui si è fondata l'economia internazionale negli ultimi 60 anni è finito per sempre, ed è urgente prenderne atto. Non ha senso oggi un sistema dove la Russia non è nel Wto, dove all'America spetta di diritto la nomina al vertice della Banca mondiale e l'Europa sceglie il direttore generale del Fondo monetario. Tutto questo rappresenta un mondo che non c'è più. Bisogna ricostruire le istituzioni della governance globale perché rappresentino gli equilibri di oggi, non quelli post-bellici. La sfida positiva è quella di una democratizzazione del sistema di governance, che accolga grandi nazioni emergenti e assegni a ciascuno ruoli e responsabilità adeguate. Naturalmente, per chi aveva dominato finora, i futuri aggiustamenti possono essere dolorosi. La globalizzazione non è una teoria, né riguarda soltanto il commercio: avvengono spostamenti formidabili nei pesi delle economie. Il declino strutturale della funzione del dollaro - al di là di quel che accade al suo tasso di cambio - registra questa svolta storica".

La difficoltà ad accettare questi nuovi equilibri di potere traspare da alcune reazioni occidentali di fronte all'irruzione dei fondi sovrani, un altro fenomeno molto discusso al World Economic Forum. Gli investimenti delle istituzioni finanziarie controllate dai governi asiatici o mediorientali hanno già suscitato allarme, soprattutto in Francia e in Germania.
"La Francia ha sempre nutrito delle diffidenze verso gli investitori non francesi. La Germania è spaventata dall'invasione delle cosiddette "locuste" perché è ancora affezionata a un'idea di stabilità del rapporto banca-impresa, anche se in realtà lo spostamento del controllo verso i mercati è inesorabile. Quel che è accaduto in America è significativo. Con le prime crisi bancarie e le prime ricapitalizzazioni di gruppi come Citibank il segretario al Tesoro Paulson ha chiamato a raccolta paesi alleati come Abu Dhabi. Poi via via che i problemi si allargavano non si è potuto evitare l'ingresso nel sistema bancario americano del fondo sovrano della Repubblica popolare cinese, controllato dalla superpotenza rivale degli Stati Uniti. Quando si ha un bisogno impellente di capitali non si guarda troppo per il sottile. Il ruolo crescente dei fondi sovrani corrisponde a una realtà macroeconomica: il forte squilibrio tra l'accumulazione di riserve valutarie nei paesi emergenti, a fronte di un risparmio negativo negli Stati Uniti, e in calo in Europa".
(25 gennaio 2008)